DECHISITU?

 

Storie de apartenensa, veneta e verta.

De chi situ? Una domanda che ha attraversato per secoli la società veneta. Per inquadrare l'individuo in una rete di relazioni. Per creare un tessuto sociale di fiducia storicamente centrato sulla famiglia. E la risposta non era mai, Son fiol de Zanatta ... de Scarpa ... de Schiavon, bensì Son dei Casetta, dei Fontanela, dei Campolongo, a seconda del soprannome del clan.

Oggi quel tessuto è attraversato da uno strappo. Tra l'individuo e la famiglia, la comunità, lo stato centrale. Un divario che l'Europa prometteva di colmare. Ma, nata sotto il segno federalista, l'Europa delle regioni e dei popoli, oggi assiste febbricitante al risorgere di quei nazionalismi ottocenteschi, ormai decotti, che si proponeva di sciogliere in una nuova identità europea. E invece, si rialzano i vessilli degli stati nazione e si ricentralizzano le narrazioni.

Il dibattito si è cristallizzato nello scontro tra Ius Sanguinis e Ius Soli. Ma forse c'è una terza strada. Forse quella dello Ius Voluntatis, una appartenenza volontaria, aperta e inclusiva. Nelle parole di Michela Murgia: "Io non la scelgo la terra sulla quale nasco, o il sangue di chi mi ha generato, ma voglio una dimensione di scelta nella mia appartenenza. Sono la somma di molte identità, ma c'è una dimensione nella quale posso fare la differenza: la volontà. A chi appartengo? Qual'è la mia comunità di destino, a prescindere da quella del suolo o a quella del sangue? Posso decidere di appartenere a quel popolo, di appartenere a quei destini collettivi, invece che a quelli del mio sangue o a quelli della mia terra? Su cosa si basa la cittadinanza del futuro?"

Proveremo a capirlo a partire dalle storie, perché dove c'è una storia c'è un senso. E una direzione. Da esplorare.  

Chiederemo De chi situ? a Thiam Massamba, coneglianese e portavoce della comunità dei senegalesi della Casamance che, dopo anni di lavoro operaio alla Zanussi, ritornano a casa da imprenditori. Portandovi un certo modo di fare impresa. Lasciando in Veneto pezzi di cuore e di famiglia, seconde generazioni di veneti dalla pelle ebano.

Chiederemo De chi situ? a Nicola Atalmi, della CGIL di Treviso. Da sempre impegnato prima in politica, ora nel sindacato. Con lui proveremo a risolvere l'indovinello: Che cosa hanno in comune un veneto e un marxista? L'insana passione per il lavoro ... 

Chiederemo De chi situ? ad Alberto Toso Fei, scrittore veneziano, che ci racconterà di storia e storie Veneziane. Narrazioni meticcie tra terra e acqua, di donne e uomini in fuga dai barbari, dalle persecuzioni, dalla pesantezza dei feudi e degli imperi.

E tu? Ti invitiamo a partecipare a questo viaggio di ricerca. Forse non troveremo una risposta. Ma di sicuro daremo nuovo senso a una domanda: E ti, de chi situ

 

 

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L'appuntamento è il 01 dicembre 2018.

Ore 15.00 a Venezia

Presso Palazzo Veneziano

Venite! :)

 
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Sant'Andrea

 

Sanca Veneta è intervenuta durante l'Assemblea pubblica Quale futuro per Sant'Andrea sabato 29 gennaio 2016, in sala San Leonardo a Venezia.

Il forte del '500 è oggetto di proposta di valorizzazione, che la giunta lagunare ha già messo all'ordine del giorno e che, salvo modifiche, prevede un intervento di pesante conversione, per altro viziato dal solito modus operandi che vede progetti, accordi e partner privati già stabiliti a priori.

Il Forte di Sant'Andrea.

219. Sono gli anni passati dall'ultima volta in cui la città di Venezia ha potuto definire propria l'isola. Il complesso serviva a difendere le bocche di porto del Lido, ma sembra che abbia avuto la sola occasione di affondare una nave nemica nel 1797, la Liberateur d'Italie, ironia della sorte.

Da allora l'isola è passata in mano a francesi, austriaci e italiani, sotto forma di terrritorio militare. Dal 2004 è diventata proprietà del Demanio, di fatto sottratta alla città e ai suoi cittadini. Oggi il federalismo demaniale permette una cessione del bene al comune di Venezia, vincolando la proprietà alla relativa valorizzazione, minacciandone, nel caso, un nuovo esproprio.

Se non fosse per la testardaggine di alcuni indigeni, nella fattispecie il Comitato Certosa e Sant'Andrea, il forte avrebbe seguito l'oblio di tante altre isole della laguna. Invece, occupata per protesta in un primo momento e poi concessa per visite ed eventi culturali, il bastione ha ritrovato parzialmente una sua collocazione. È rinato come luogo in cui veneziani e veneti potessero sentirsi ancora nella propria domus.

Durante l'Assemblea organizzata dal Gruppo 25 Aprile, partecipata da circa 200 cittadini, ha potuto intervenire Matteo Visonà Dalla Pozza per conto di Sanca Veneta. Di seguito il suo discorso.

Per riassumervi il sentimento che ruota attorno al forte di Sant'Andrea devo specificarvi tre delle nostre caratteristiche:

1. Siamo Veneti.

2. Siamo uomini di Sinistra.

3. Siamo Indipendentisti.

Inizierò dall'essere Veneto.

Sono un veneziano adottivo, nato e vissuto nella campagna vicentina. Capita di percepire a volte frizione tra Venezia Insulare e Venezia d'entroterra, tuttavia vi posso assicurare che anche chi non nasce qui, ma soffre di questa strana malattia di sentirsi veneto, considera Venezia come la propria terra madre. Mi piace pensare che si tratti di Matria anziché Patria, Devozione contro Reverenza.

Sant'Andrea è per noi un simbolo. È uno degli ultimi posti dove ci sentiamo a casa. Mentre i simboli veneziani vengono rifiutati dalle istituzioni, sul pennone del forte è ancora possibile issare gonfaloni senza che nessuno si senta offeso, senza che ci sia bisogno di chiedere autorizzazioni o che qualcuno abbia qualcosa da ridire. Ciò che non è permesso a palazzo Ducale o al Correr qui è simbolicamente possibile. Trasformarlo in un NON luogo sarebbe una ulteriore perdita d’identità per la città.

Sanca è Sinistra

Vi confesso che non siamo contro le riconversioni, né tantomeno contrari a priori a interventi di privati in spazi pubblici, ci piacciono i musei. Tuttavia non tutto può diventare un Bookshop! Non possiamo pensare che tutta la laguna mutui la destinazione in ricettiva.

Vi è inoltre un aspetto non secondario che non possiamo far a meno di porre sotto critica ed è il metodo per cui le decisioni si prendono alle spalle dei cittadini, la cui unica possibilità è l'affannosa rincorsa e la protesta. Non ci è concesso di esprimere parere vincolante.

Noi siamo Indipendentisti

Quando parliamo di Indipendenza, non intendiamo una mera riscrittura dei confini ma una riscrittura delle regola. Tutti i nostri buoni propositi e progetti andranno sempre in fumo se ci rifacciamo alle regole attuali. Oggi chi decide della sorte dei beni comuni è distante dalla volontà popolare: sul passaggio delle Grandi Navi decide il governo, sulle isole il Demanio, sulle destinazioni d'uso il Comune - a colpi di maggioranza. Quando parliamo di indipendenza quindi, parliamo di nuovi assetti di democrazia, sempre più diretta e sempre meno rappresentativa.

Vi è poi un ultimo punto che vorrei toccare. Spesso in queste situazioni viene tirata in ballo la mancanza di fondi per finanziare i restauri e vengono concessi beni comuni a partner privati per sopperire alla povertà del pubblico.

Non è vero che i soldi non ci sono! Ogni anno Venezia paga 3 miliardi di euro di tasse e ne riceve indietro solo due. Lasciamo sul piatto ogni anno un residuo fiscale di 1 miliardo di euro. Non possiamo più far finta che non sia un problema.

Oggi paghiamo lo scotto di non aver affrontato questo nodo. Si tratta di un vero esproprio fiscale che si traduce in un esproprio sociale.

Matteo Visonà Dalla Pozza
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Vergogna?

SEI ITALIANO... tu che ti proclami anche di sinistra pensa a quei partigiani col fazzoletto rosso che sono morti nelle montagne per l'Italia e vergognati.

Non avrei mai pensato di scrivere questo articolo, invece, qualche giorno fa ho riletto dei commenti su un vecchio post (ma mica antico ...) di un amico e le parole mi sono uscite senza troppe possibilità d'essere frenate.

Va in mona, siamo ancora a questi livelli.

Mio bisnonno ha fatto la prima guerra, quella Granda, e non contenti di averlo fatto diventare grigio di capelli a 21 anni, lo spedirono a farsi anche la seconda, che tanto più piccola non deve essere stata.

Sopravvisse ad entrambe, ma non deve essere stato troppo incline all'eroismo e mia madre mi racconta che le diceva sempre che la guerra è una brutta cosa e chi ti manda a coprirti di gloria lo fa spesso puntandoti una baionetta alle spalle.

Quando sento tirati in ballo i morti del Grappa, del Pasubio o della lotta per la Liberazione, mi viene in mente mio bisnonno e mi chiedo quanti soldati assomiglino più a lui, che agli eroi che la storiografia ci consegna negli abbecedari.

La domanda che mi pongo sempre in questi casi è come ne usciamo, se questa linea tardorisorgimentalista è la stessa che hanno usato Monarchia, Fascismo e Repubblica Italiana, arriverà mai il momento in cui ne potremo fare a meno?

Perché ammesso e non concesso che in un determinato momento storico i popoli - non i nobili, e manco tutti, come di fatto avvenne - preunitari abbiano sentito il prurito di conquistarsi ed annettersi, che valore diamo a quelli di prima, che con pari convinzione si son combattuti per restare indipendenti?

In buona sostanza, come possiamo non concedere a noi stessi il diritto di valutare i risultati dell'Unione, e cambiare idea, magari, stavolta, assennatamente, senza chiedere a nessuno di immolarsi per un nostro ideale, o tornaconto.

Se crediamo che i valori di Verità e Libertà siano assoluti, dobbiamo essere pronti a valutare con criterio la storia, distinguendola dalla propaganda, e concedere a tutti di pensare a formule alternative per il futuro.

Come disse il mio amico in chiusura della discussione, se non vi sentite Veneti, prima che Italiani, sono affari vostri. Io rivendico il diritto di dirlo, senza vergogna.

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Nova Identità Veneta

 

Credo che essere indipendentisti significhi porsi delle domande fondamentali su ciò che siamo e su cosa vogliamo.

Nella politica Veneta indipendentista aleggia un falso pragmatismo. Una certa propensione ad ignorare ogni singola questione che non sia strettamente politico/amministrativa. Chi sventola questa bandiera lo fa sostenendo che qualsiasi considerazione e rivendicazione culturale vada messa da parte o rimandata a un secondo tempo, perché esistono problemi più grossi da risolvere (cosa sicuramente vera).

Viene da chiedersi però, dati gli scarsi risultati di tutte le formazioni indipendentiste venete, se l’ignorare questi aspetti, non sia una parte integrante e significativa del problema.

All'opposto esiste anche un area del mondo indipendentista Veneto, che va nella direzione opposta e quasi bilancia questa prima tendenza. Sto parlando dell’indipendentismo dei “nostalgici”: coloro che, rifugiatisi in un mondo di rievocazione, isolato dalla vita politica e culturale, hanno dedicato le proprie energie ad un apatico piagnisteo sui tempi che furono.

L’indipendentismo non può essere solo politica nè solo cultura. Un fenomeno politico non può infatti avere successo se non produce una narrativa, un immaginario, un mondo simbolico al quale attingere soluzioni e attraverso il quale rappresentarsi e raccontarsi.

Credo che la mancanza di successo dei movimenti politici indipendentisti in Veneto dipenda, al di la delle divisioni interne e di guida, da una questione più grossa: quella dell’identità Veneta.

Lottare per una coscienza culturale e storica comune è, oltre che importante di per sé, fondamentale per il nostro movimento.

Essa non può però essere una battaglia di “reazione”. La battaglia per l’identità veneta è troppo importante per essere rilegata al solo mantra del “ritorniamo alle tradizioni originarie venete”. Sopratutto in un periodo come quello in cui viviamo, in cui le dinamiche culturali e politiche si giocano su una continua tensione tra locale e mondiale, fossilizzare un’identità non è solo impossibile, ma è problematico e pericoloso.

Certamente dobbiamo riappropriaci di parte della cultura Veneta. Di ciò che l’egemonia italiana ha censurato e alienato (storia e letteratura in testa). Non dobbiamo pero dimenticarci che l’identità è mutevole, si evolve con tempo, cambiamenti sociali e generazioni. In questo senso, spendersi per iniziative di rievocazione o difesa della tradizione soprattutto nel rivolgersi ai giovani rischia di provocare il prosastico buco nell'acqua, se non di aggravare l'allontanamento di quest'ultimi a cui gia assistiamo (anche se per certi aspetti non dobbiamo ignorare i fattori ciclici che stanno spingendo un rinnovato interesse per certi aspetti legati a lingua e e tradizioni)

Ti piace SANCA VENETA? Vuoi aiutarci? 

La strada da percorrere è piuttosto quella di imparare ad utilizzare l'enorme eredità culturale e storica consegnataci come patrimonio dal quale attingere elementi simbolici e di immaginario che ci aiutino, attraverso una rappresentazione e una narrazione condivisa, ad affrontare i problemi con i quali ci confrontiamo ogni giorno.

Ciò significa pensare e batterci per un’identità veneta nuova.

Un identità non solo più adatta ad essere vissuta ed interpretata da tutti ma anche più utile a costruire un percorso di rinnovamento che ci coinvolga come comunità. E spetta a noi, in quanto comunita, definirla su basi e concetti nuovi.

Riformare la cultura Veneta, in fondo, è l’unico strumento per arricchirla, diffonderla ma sopratutto difenderla.

Stefano Zambon & Giovanni Masarà 

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