...Purché se magna

 

Dopo aver commentato le elezioni con O de franza e O de spagna, con “purché se magna” vogliamo concludere questa trilogia sulle elezioni regionali.

Vogliamo dedicare questa parte dando una nostra nuova prospettiva. Ci premono in particolare tre aspetti di queste elezioni: 1) la pacatezza dei candidati; 2) la carenza di idee; 3) la bambinaggine degli indipendentisti.

1. La pacatezza dei candidati

Nel contesto di un’italia sempre più avviata al fallimento politico-economico, della riforma ultra-centralista del titolo V e dell’aggravarsi dei problemi socioeconomici della nostra terra, i principali candidati veneti sono sembrati molto pacati. Non un gesto di stizza, sdegno o risentimento verso quello che sta accadendo.

Se escludiamo Alessio Morosin (su cui commenteremo nel corso dell’articolo), tutti i candidati paiono rassegnati al proprio ruolo di semplici amministratori, proni di fronte all’altare della partitocrazia italiana. Un coraggio che certo non ci aspettavamo da Alessandra Moretti, fervente renziana e quindi mandante dei problemi sopra citati. Il tutto in un’apatica commedia il cui ruolo da protagonista, in quanto non-protagonista, va a Luca Zaia. Attento a non calpestare i piedi dello sbraitante Salvini e della nuova retorica italo-fascista in cui la lega sembra trovarsi tanto bene. Brillante nel confondere autonomia e indipendenza nella speranza di tenere unita una coalizione che parte dai nazionalisti italiani a indipendentisti veneti. 

Toni calmi, voci basse. I candidati alla presidenza del Veneto hanno dimostrato la prudenza di un buon ragioniere-amministratore, più che quella di un buon politico.

Possibile causa ed effetto di questo fenomeno? La totale mancanza di idee e visioni per il futuro della nostra terra. Quella totale assenza di convinzioni e concetti che mantiene saldo il controllo italiano sulla politica veneta . 

Ti piace SANCA VENETA? Vuoi aiutarci? 

2. La carenza di idee

Eleanor Roosevelt diceva che “Grandi menti discutono di idee, menti mediocri discutono di eventi, piccole menti discutono di persone e di quel che fanno”. Credo che la campagna elettorale veneta sia stata la rappresentazione politica di questo aforisma. 

Se si esclude il tema sanità, su cui i due principali candidati alla presidenza, in un impeto di eroismo, hanno addirittura portato avanti proposte, questa campagna elettorale è stata contraddistinta dalla totale mancanza di proposte politiche.

Questo vuoto è stato colmato dagli sciocchi battibecchi personali tanto cari alla politica italiana. Tanto utili a mantenere l’ordine costituito delle nomenclature italiane, quanto deleteri al coinvolgimento dei cittadini comuni nel processo politico. La totale mancanza di proposte politiche causa poi la totale mancanza di differenze tra i due candidati, al di la delle schermaglie personali. Tutto questo rendendo le elezioni in Veneto più simili alle nomination per un reality show, che ad una reale sfida politica.

Una politica ancorata al passato, per lo più delle persone, perché incapace di guardare al futuro.

Questa mancanza di argomenti concreti, ha il suo climax però nel mondo indipendentista.

3. La bambinaggine dell’indipendentismo

In una situazione così come descritta, l’indipendentismo dovrebbe porsi come vera alternativa al sistema italia. Ma questo purtroppo non è avvenuto.

Gli indipendentisti hanno invece preferito la guerra fratricida, dimostrando ancora una volta lo stato embrionale nel quale versa il movimento indipendentista veneto.

Non ci interessa qui prendere posizione. Riconosciamo pregi e difetti a tutti gli schieramenti indipendentisti, ma tra chi si coalizza con Fratelli d’Italia e Forza Italia e chi invece si condanna, per la mancanza di un programma organico e proposte post-indipendenza, all’anonimato, una reale scelta non esiste. Nonostante ciò crediamo sia notevole, e degno di stima, l'impegno che Indipendenza Veneta, malgrado le diverse censure, sta mettendo nel rendere il discorso indipendentista centrale nella politica veneta.

La vera assente da queste elezioni è stata la politica. La mancanza di un messaggio alternativo e positivo. L’assenza di una visione per il futuro, di una vera alternativa politica per rendere la nostra terra prospera, la nostra società giusta e il nostro futuro migliore.

Stefano Zambon

Leggi tutto...

7 domande ai candidati sindaco di Rovigo

 

Torna il format delle sette domande, questa volta tutto dedicato alle elezioni per il comune di Rovigo. Diversamente dalla volta precedente abbiamo deciso di pubblicare tutto in un'unica soluzione. Di seguito, ecco le opinioni dei sette candidati che ci hanno risposto, sui nove interpellati.

Per ordine di risposta, sono: Silvia Menon (Lista Silvia Menon), Ivaldo Vernelli (Movimento 5 stelle), Antonio Saccardin (Presenza Cristiana), Giovanni Nalin (SEL), Paolo Avezzù (Obiettivo Rovigo – Lista Tosi), Massimo Bergamin (Lega Nord), Nadia Romeo (PD).

1 Il completamento del passante nord e la chiusura del tratto centrale di corso del popolo sono temi che da anni dividono la città e che hanno già comportato investimenti economici notevoli. Quali sono precisamente le sue posizioni in merito?

Silvia Menon. Passante Nord è l'ultimo tratto di un'opera costata quasi 30 milioni di euro e non conclusa. Appaltata allo stesso Consorzio che ha realizzato buona parte dei lavori del Mose e della quale il Comune non aveva mai avuto ne chiesto la contabilità Veneto Strade. Io ho collaborato con dei volontari cittadini ed altri consiglieri comunali ad un esposto alla Corte dei Conti che ho firmato con altri consiglieri segnalando irregolarità. Sono per non realizzare la strada finché non ci sarà chiarezza sui costi sostenuti finora. E in ogni caso sono perché non venga toccato bosco Langer. Sul Corso del Popolo ritengo che la pedonalizzazione del tratto centrale non sia una conquista ambientalista e che invece crei disagi inutili alla circolazione. È stato realizzato per essere carrabile ed ha ampi marciapiedi sia per i pedoni sia per i tavolini dei bar.

Ivaldo Vernelli. Il Passante Nord appare ormai chiaramente come un'opera inutile: basta sistemare la viabilità in ingresso e in uscita dal Ponte dell'Adige a Boara (da ampliare); il Coso del Popolo va chiuso al traffico normale per consentire l'ampliamanto dello sviluppo del centro storico verso l'area del Duomo e della chiesa dei Cappuccini. Il problema è come riempire questo importante spazio urbano: la nostra proposta è un progetto di installazioni temporanee di arte contemporanea di grandi dimensioni, con richiamo internazionale, e a tema annuale.

Antonio Saccardin. ll completamento della Passante Nord per la nostra Lista Moderati di Centro Presenza-Cristiana è un’opera che si deve fare. Per il Corso del Popolo niente in contrario a rivedere gli orari di apertura fino alle ore 20,00 o 20,30, ma deve rimanere ZTL da riconsegnare alla città e alle sue famiglie il sabato, la domenica i festivi e nel periodo estivo.

Giovanni Nalin. Contrario al completamento del Passante Nord perché opera costosa e inutile; contrario alla riapertura di Corso del Popolo e ampliamento dell’area pedonale verso il Duomo.

Paolo Avezzù. Avendo dato vita alla costruzione del Passante Nord con la mia precedente amministrazione 2001-2006, chiaramente la mia volontà è quella di terminare l'impresa, sul tragitto di Via Calatafimi, quindi a nord del Ceresolo. Stessa cosa per ciò che riguarda il Corso: dopo aver provveduto al suo rifacimento, è ora che venga aperto tutti i giorni a tutte le ore per permettere una rivitalizzazione del centro storico e un minor inquinamento che invade le stradine attigue quando questo è chiuso.

Massimo Bergamin. La viabilità di Rovigo va rivista con un piano del traffico aggiornato ed efficiente. Prima di aver messo a punto questo strumento fondamentale, ed indispensabile per la città, non si parlare con serenità di Corso del Popolo. L’orario di apertura andrebbe ampliato, ma al contempo vanno migliorati arredo e decoro urbano. Il Passante Nord va completato, in modo da terminare l’anello intorno alla città che ora giace incompiuto; e da dirottare una parte del traffico fuori dal centro cittadino.

Nadia Romeo. Il Passante Nord, a mio avviso, oggi non ha ragione di essere ancora un tema all’ordine del giorno. I problemi della viabilità e della mobilità a Rovigo e nel Polesine sono altri e, soprattutto in una fase di profonde ristrettezze economiche, il Passante Nord credo che vada messo in soffitta. Corso del Popolo è diventato una barzelletta. Il dibattito su apertura e chiusura ha tenuto banco per troppo tempo nella nostra Città. Io credo che si debba fare una serie valutazione basata sulle opportunità piuttosto che su scelte ideologiche. Corso del Popolo ha senso di essere chiuso soltanto quando è vivo e animato, quando cioè l’Amministrazione Comunale, insieme ai commercianti, è in grado di programmare iniziative capaci di sostenere con assoluta determinazione il comparto commerciale. La mia ambizione è quella di riuscire a costruire un cartellone di iniziative d’eccellenza che animino il centro storico - che dovrà essere esteso anche alle aree e alle vie nei pressi del Duomo - e le frazioni tutto l’anno. Credo che in questo modo riusciremo a superare il conflitto tra apertura e chiusura e saremo tutti contenti quando ci saranno appuntamenti tanto importanti da prevedere lo stop alle auto.

2 La cura del verde pubblico è spesso carente e negli anni passati sono state compiute scelte discusse, come la parziale distruzione di parco Curiel e l'abbattimento quasi totale degli alberi di parco Maddalena durante la sua ristrutturazione. Parco Langer è l'ultimo parco ad avere le caratteristiche di un piccolo bosco di pianura nel raggio di kilometri, oltre a contenere al suo interno manufatti protetti dalle Belle Arti che versano in pessimo stato. Come vuole muoversi per preservare al meglio l'area?

Silvia Menon. Parco Langer è un'area molto bella ma credo che l'ex tiro a segno senza un'investimento ministeriale sia difficilmente recuperabile con fondi comunali. Noi abbiamo in mente di creare un parco in pieno centro raggiungibile in bici e a piedi su 4 ettari di terreno agricolo tra la pista ciclabile dell'Adigetto e la palestra della Tassina. Un luogo per le famiglie e per i giovani da vivere sia d'inverno che d'estate. A ridosso di un quartiere molto popolato come la Tassina ma a un passo dalla piazza. Un parco che darebbe a Rovigo la dignità di piccolo capoluogo europeo.

Ivaldo Vernelli. L'area verde che circonda la città e apre alle frazioni e ai paesi confinanti deve essere ampliata per dare forma alle nuove "mura" della città del futuro; per noi la progettazione ambientale è determinante per lo sviluppo economico: Rovigo deve portare all'attenzione della politica nazionale il risanamento dei bacini dell'Adige e del Po.

Antonio Saccardin. L’area io l’ho vista, così non è fruibile da parte di nessuno: è incolta al massimo. Sull’area pende un diniego della sopraintendenza e un ricorso al TAR da parte di Veneto Strade. Vediamo quali saranno le risultanze giuridiche di tutto ciò, poi si potrà ragionare per il meglio. Uno dei ragionamenti sarà quello di valutare come rendere fruibile la zona alle persone.

Giovanni Nalin. Cura essenziale del bosco per non modificarne le peculiarità e valutazione della fattibilità di lavori di consolidamento e di possibile utilizzo delle strutture presenti all’interno dell’area.

Paolo Avezzù. Innanzitutto non facendo attraversare l'area da una strada (vedi risposta al punto 1) e poi trovando le risorse da fondi regionali ed europei per aprire l'area verde alla città.

Massimo Bergamin. La sciagurata ristrutturazione di Parco Maddalena è stata compiuta dall’allora vicesindaco del Pd Graziano Azzalin, e inaugurato in pompa magna pochi giorni prima delle ultime elezioni Regionali, che lo hanno poi visto eletto Consigliere e ora ricandidarsi. Il risultato è che non solo è stato deturpata un’area verde, ma ora abbiamo un parco giochi tagliato a metà da una rete di cantiere che confina con una zona di degrado dove trovano rifugio senzatetto e altri disperati. L’ultimazione del Passante Nord, se si sfrutta il tracciato su via Calatafimi, non è incompatibile con parco Langer, il quale potrebbe essere recuperato e gestito meglio attraverso accordi e convenzioni con le associazioni ambientaliste locali. Così come altre importanti aree verdi della città e delle frazioni.

Nadia Romeo. Rovigo deve ricominciare dalla lotta al degrado e all’abbandono e lo stato dei parchi pubblici è, a mio avviso, la principale cartina di tornasole di quanto interesse un’Amministrazione pubblica dedica a questo settore. I nostri parchi, ai quali aggiungeremo quello dell’Ex Caserma Silvestri, devono costituire una reale rete ecologica cittadina sicura, libera, a misura di bambino, anziano, diversamente abile e passeggino. Le eccellenze di Rovigo, e i parchi lo possono sicuramente essere, saranno tutte valorizzate. Proprio nei giorni scorsi abbiamo lanciato l’idea di realizzare la “Passeggiata delle Stelle”, per mettere in relazione, anche culturale, planetario e osservatorio e creare maggiore curiosità verso queste due importanti strutture della nostra Città. Mi preme, inoltre, ricordare anche le aree verdi delle frazioni che per troppo tempo sono state trascurate. Noi immaginiamo Rovigo come un laboratorio nel quale si possano anche “sperimentare” metodi innovativi di coinvolgimento dei cittadini nella cura del “bene comune”.

Ti piace SANCA VENETA? Vuoi aiutarci? 

3. A Rovigo vi sono preziosi elementi storici, sia pubblici che privati, abbandonati al degrado o completamente inutilizzati: per citarne solamente, porta San Bortolo e Casa Rosetta. Come intende agire per salvaguardare questi monumenti prima che vadano persi per sempre?

Silvia Menon. Del recupero dei beni artistici si occuperà l'assessore alla cultura cercando collaborazioni private e canali di finanziamento al Ministero. Il Comune non ha e non avrà a breve capacità di intervenire per le scarse risorse e le tante priorità legate ai lavori pubblici alla sicurezza stradale e al sociale.

Ivaldo Vernelli. La ripresa di attenzione per la storia della città è premessa di una politica efficace a favore del turismo culturale; occorre prima identificare esattamente la lista degli interventi, le priorità, la scansione temporale degli investimenti. Nel medio periodo sarà lo stesso apporto economico del turismo a garantirne la sostenibilità economica. Anche ipotesi di crowdfunding saranno prese in considerazione.

Antonio Saccardin. Occorre salvaguardare i beni che sono tali. Valuteremo, viste anche le risorse che adesso non si conoscono, ma si sa essere stringatissime, la possibilità, in collaborazione con la Fondazione Cariparo di intervenire prima che sia troppo tardi.

Giovanni Nalin. Riprogettare la “Rovigo del 2030” affidando ad un gruppo di urbanisti, di storici e soggetti in grado di coniugare l’assetto storico e urbanistico della città con la sua storia e la sua cultura, sarà il punto di partenza entro il quale valorizzare anche gli elementi citati.

Paolo Avezzù. Anche qui devo dire che il Comune da solo non ce la può fare. Per questo intendo istituire da subito un Ufficio per il reperimento di fondi europei, statali e regionali da destinare, per esempio, alla valorizzazione e salvaguardia del nostro patrimonio storico ed architettonico.

Massimo Bergamin. All’elenco aggiungo anche l’ex forno Comunale, l’ex ghetto, l’ex ospedale e una parte delle antiche mura cittadine. Purtroppo come amministratori locali dobbiamo fare i conti con risorse sempre più ridotte che non ci permettono di intervenire come vorremmo. Per questo c’è la volontà di accordarsi con associazioni e imprenditori privati per una parziale alienazione dei beni affinché vengano recuperati. Altri come la porta di San Bortolo e le mura vanno tutelati con ogni mezzo a disposizione. Mentre per quelli che non sono pubblici occorre far intervenire la soprintendenza perché aiuti il Comune a fare pressione sui proprietari perché si possa procedere a un loro recupero.

Nadia Romeo. Io credo molto nella relazione tra pubblico e privato, soprattutto quando il privato è un vero partner e non un soggetto che sfrutta le difficoltà economiche dell’Ente per azioni che sanno più di speculativo che di reale volontà di collaborare a migliorare la Città. Una Città più bella, sicura, viva e vitale, infatti, costituisce un valore aggiunto anche per chi qui decide di investire o di far crescere la propria attività. Migliorarla insieme, dunque, dovrebbe essere interesse tanto dell’Amministrazione, quanto dei privati.

4 La cultura polesana appare ben poco valorizzata. Non si registra da parte del comune, ad oggi, alcuna azione organica di salvaguardia delle peculiarità culturali rodigine: prima fra tutte il Veneto polesano. Pensa che il comune possa e debba promuovere azioni di diffusione della lingua locale, soprattutto tra i cittadini più piccoli?

Silvia Menon. No. Penso che la funzione della scuola sia quella di insegnare correttamente l'italiano, la matematica, la storia, la geografia, le materie artistiche, tecniche e la musica. È una fortuna conoscere il dialetto ma il Comune non può avere tra le proprie priorità quella di occuparsi di tramandarlo. Penso che sia eventualmente una facoltà delle tante associazioni culturali presenti nel territorio a cui va data massima agevolazione.

Ivaldo Vernelli. Personalmente sono molto favorevole alla diffusione della competenza linguistica per la identità locale, ma è un'idea sensata e opportuna solo se proposta in modo qualificato, a partire dalla riscoperta e valorizzazione della poesia e del teatro di autori prestigiosi largamente trascurati (con l'eccezione della meritoria azione di Gian Antonio Cibotto e pochi altri intellettuali). Diffido del localismo fine a se stesso, ignorante.

Antonio Saccardin. La cultura polesana vive. Basta andare nelle frazioni dove sono ancora vive le tradizioni. Sostenere le frazioni significa sostenere l’identità e le tradizioni. Penso che il Comune possa e debba collaborare con altri enti per far conoscere la bellezza della lingua locale che non va perduta essendo parte integrante della nostra storia.

Giovanni Nalin. Ritengo che i fenomeni linguistici locali debbano autoalimentarsi senza condizionamenti imposti.

Paolo Avezzù. La scuola è un grande veicolo di diffusione della cultura in generale, e della cultura locale in particolare. Rafforzeremo il rapporto Comune-scuola in questa direzione.

Massimo Bergamin. Il rispetto delle tradizioni e delle origini è uno dei punti cardine della Lega Nord. Dal punto di vista culturale vogliamo sfruttare ogni tipicità del nostro territorio per rilanciarlo sotto l’aspetto dell’attrattività anche turistica. Coinvolgeremo le associazioni giovanili e scolastiche per una serie di festival che per riscoprire e valorizzare le tradizioni e la lingua locale.

Nadia Romeo. Le tradizioni e le iniziative che possano contribuire alla loro salvaguardia e diffusione, sono certamente elementi positivi. Accanto a queste a me piacerebbe, anche, poter contribuire a “raccontare” il nuovo Veneto, fatto di tante eccellenze culturali che, insieme a quelle tradizionali, possono contribuire a creare una nuova dimensione del nostro territorio. L’ho già detto: Rovigo per dimensioni e caratteristiche sociali, può diventare un laboratorio nel quale il Veneto tradizionale e il Nuovo Veneto possano coesistere e costruire insieme un unico importante motivo di approfondimento culturale e attrazione per la nostra Città. I più piccoli, in questa “impresa”, dovranno assolutamente avere un ruolo da protagonista.

5 Sempre più comuni, soprattutto di grandi e media dimensioni, hanno preso posizione sul tema delle unioni omosessuali istituendo registri comunali delle unioni civili. Pensa che anche il comune di Rovigo debba prendere posizione ed agire in tal senso?

Silvia Menon. Penso che servano leggi nazionali che risolvano in modo chiaro ed efficace i problemi pratici ai quali vanno incontro le coppie omosessuali e le coppie di fatto come per esempio l'assistenza medica, l'accesso a informazioni sanitarie, altri aspetti patrimoniali e assistenziali.

Ivaldo Vernelli. Sì.

Antonio Saccardin. Penso che certi temi siano appannaggio di un Parlamento che fa le leggi. Quella è la sede del confronto. Non servono azioni dimostrative quando c’è un luogo deputato per le questioni che richiedono una traduzione legislativa.

Giovanni Nalin. Nel mio programma si fa esplicito riferimento a questa condizione di civiltà.

Paolo Avezzù. Rispetteremo eventuali leggi statali, se arriveranno, in questa direzione. Credo comunque che questa non sia una priorità e la mia Amministrazione, senza peraltro volere creare ghetti o discriminazione, promuoverà in ogni modo il valore della famiglia naturale (tra uomo e donna, per intenderci!!!), così come recita l'art.29 della Costituzione, di cui tutti si riempiono la bocca, salvo dimenticarsela quando non fa più comodo:"La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio".

Massimo Bergamin. Credo che con l’attuale situazione economico-sociale le priorità siano altre. E le risposte da dare alla cittadinanza riguardino temi sociali ben più pressanti, soprattutto per tutte quelle famiglie che rischiano di non riuscire ad avere un tetto sopra la testa e faticano a mettere insieme il pranzo con la cena.

Nadia Romeo. La questione legata alle cosiddette “coppie di fatto” travalica certamente i confini dell’orientamento sessuale. Molte Amministrazioni Comunali hanno istituito dei registri delle Unioni Civili che, spesso, non hanno sortito l’effetto desiderato dal punto di vista formale visto che mancava una legislazione nazionale in grado di riconoscere, pienamente, questo tipo di scelta. Il Governo ha annunciato che entro luglio sarà portato in Aula un Disegno di Legge che regolamenterà e riconoscerà le Unioni Civili: credo che, anche in virtù del forte segnale giunto da una paese storicamente conservatore come l’Irlanda, questo sia un passaggio di assoluto buon senso del quale la nostra Amministrazione non potrà che rallegrarsi.

6 Nonostante il fenomeno resti spesso nascosto, sono moltissime le famiglie rodigine in condizioni di profondo disagio economico. Crede che il comune possa fare più di quanto già fatto negli anni passati? Se sì, quali strumenti e quante risorse destinerà allo scopo?

Silvia Menon. penso che il comune possa attuare la politica del baratto amministrativo ovvero dare sgravi a chi svolge lavori socialmente utili. Non si può dare l'elemosina a chi è sfortunato ma ha il coraggio di chiedere aiuto bussando la porta del comune e sacrificare chi invece se ne resta a casa. L'aiuto va dato in cambio di lavori utili alla comunità.

Ivaldo Vernelli. La politica dei contributi a pioggia è un palliativo che porta sollievo in condizioni di emergenza, ma che non crea il tessuto di intervento sociale indispensabile per riavviare l'offerta di posti di lavoro e una politica di sostegno ai redditi più bassi. Per quanto è di competenza del Comune (quindi non dello Stato e della Regione) occorre favorire la nascita e la diffusione di "imprese sociali" capaci di affrontare l'integrazione in modo professionale, non su base di semplice volontariato. Purtroppo i benefici si vedranno con chiarezza solo sul medio periodo. Nel frattempo va promossa e attivata pienamente – con equità e senza "voti di scambio" – la rete di sostegno della solidarietà civile, sia laica sia di ispirazione religiosa.

Antonio Saccardin. Il fenomeno è nascosto, ma lo conosco bene io che ho fatto per 10 anni l’Assessore alle Politiche Sociali in più Comuni. Il Comune di Rovigo nel triennio 2011-2014 ha fatto grandi passi in avanti con progetti e tipologie di intervento che sono andati nella direzione di un impegno formativo-lavorativo (Progetto RUI, Voucher, Lavori di Pubblica Utilità, Servizio Civile..) con contributi sempre più lontani dalla logica assistenzialistica e con la moltiplicazione delle risorse grazie al coinvolgimento della Regione Veneto, della Fondazione Cariparo e di altri Enti.

Giovanni Nalin. Oggi le prassi adottate tendono a stabilire il budget economico disponibile e poi a “piegare i bisogni” alle disponibilità. Secondo me occorre invertire questo processo andando ad individuare e classificare i bisogni, stabilendo quali azioni di sostegno dovranno essere a totale carico pubblico, quali in compartecipazione tra pubblico (prevalente) e soggetti interessati, quali a carico prevalente dei soggetti privati con partecipazione del pubblico. In conseguenza di un percorso di questo tipo dovranno essere destinate le risorse necessarie.

Paolo Avezzù. Il mio intento è quello di ripristinare l'assessorato alla Famiglia. Sicuramente se non curiamo la base della società, non possiamo pensare di creare una città dove si possa vivere degnamente. I contributi però non dovranno essere versati a pioggia e con un metodo assistenzialistico, come un tempo, ma razionalizzati e valutati ad hoc in base alla situazione specifica, seguendo la strada del reinserimento sociale, con voucher, buoni lavoro, lavori socialmente utili, inserimento in cooperative sociali.

Massimo Bergamin. Credo che non si faccia mai abbastanza. Purtroppo le risorse sono sempre più risicate, soprattutto a causa dei tagli del governo centrale, e non è possibile continuare a dare tanto a molti. Bisogna puntare sulla sussidiarietà, rispetto all’assistenzialismo totale. Vanno individuati i casi più gravi e trovate soluzioni in base all’importanza e all’urgenza. Inoltre si possono ottimizzare le risorse andando a coinvolgere le persone che sono in grado di farlo, con lavori socialmente utili. Ecco che un giovane padre o una giovane madre rimasti senza lavoro possono, in attesa di trovare una nuova collocazione, contribuire assolvendo compiti che al momento non vengono svolti con la frequenza necessaria o comportano spese eccessive per la macchina amministrativa. Questi sarebbero pagati con voucher, buoni spesa e sostegni sulle bollette delle utenze.

Nadia Romeo. L’emergenza sociale è evidente. La crisi che ha profondamente colpito le nostre famiglie e le nostre imprese e attività commerciali e professionali, ha creato una situazione di “nuova povertà” per la quale serviranno strumenti nuovi. Sono molti i rodigini, scivolati da quella che era, un tempo, definita “classe media” a situazioni di difficoltà. Persone sconosciute che, per impostazione culturale e pudore, spesso non si recano negli uffici comunali. La nostra amministrazione investirà molto nel sociale anche attraverso strumenti nuovi. Noi crediamo che il mondo del volontariato, adeguatamente sostenuto e potenziato, possa essere essenziale per intercettare i tanti “invisibili” che ci sono anche nella nostra Città. Istituiremo una vera e propria task force per destinare le risorse nel modo più utile e vareremo un Osservatorio che, incrociando diversi dati socioeconomici, ci consente di aiutare anche chi, per i più diversi motivi, non viene a chiedere aiuto agli uffici comunali.

7 A livello regionale, un tema da sempre sentito ma particolarmente caldo negli ultimi mesi è quello dell'indipendenza. Come giudica la proposta di consultare i cittadini veneti sul quesito indipendentista? Perché secondo lei centrosinistra e sinistra sono percepite più ostili alla consultazione democratica?

Silvia Menon. Sono per l'Italia unita come prevede la costituzione. Un'Italia però dove non ci siamo più regioni a statuto speciale che trattengo per se le imposte a differenza delle altre che distribuiscono le tasse che pagano i loro cittadini con tutto il resto d'Italia creando così un trattamento iniquo.

Ivaldo Vernelli. I partiti di governo sono radicalmente ostili alla libera consultazione dei cittadini perché fa saltare i vincoli rigidi del "voto di scambio"; invece per il M5S la partecipazione dei cittadini va sempre attivamente favorita, a prescindere dalle posizioni che si possano assumere su temi specifici e controversi. Sul quesito indipendentista personalmente risponderei negativamente, ma ne riconosco la legittimità.

Antonio Saccardin. Ognuno ha la sua sensibilità sul tema. Nel centenario della prima guerra mondiale con tutte le vite che onoriamo perché hanno lottato perché l’Italia sia e rimanga unica, parlare di indipendenza mi pare in contrasto. Parlerei più volentieri di quali strade percorrere perché il popolo italiano sia sempre più unito; cercando di incidere su quelle storture che danno l’occasione ad altri di desiderare l’indipendenza.

Giovanni Nalin. Sono contrario alle consultazioni di questa natura in quanto ritengo siano anticostituzionali e strumentali a fomentare divisioni per fini localistici o elettorali; da parte nostra nessuna ostilità a qualsiasi forma di consultazione democratica attraverso il voto dei cittadini. L’essere da sempre a difesa della Carta Costituzionale e dei suoi principi, ha consentito a parte degli italiani, anche in ragione di una azione mediatica spregiudicata, di etichettarci come conservatori contrari al cambiamento e alla autodeterminazione dei popoli.

Paolo Avezzù. In una situazione in cui si parla di Europa unita ed allargata è vano pensare alle piccole patrie indipendenti. Occorre invece dare più autonomia fiscale alle autonomie locali (Comuni e regioni), secondo il principio del federalismo.

Massimo Bergamin. Come candidato della Lega Nord sono pronto a promuovere in prima persona un referendum sull’indipendenza. La Sinistra teme il risultato di una consultazione democratica che potrebbe dare ragione a quello che la Lega Nord sostiene da anni, facendosi portavoce delle richieste dei cittadini veneti.

Nadia Romeo. Il concetto di indipendenza è sempre stato fortemente strumentalizzato da una certa parte politica che ne ha fatto uno slogan pressoché privo di significato amministrativo. Io credo che il Veneto abbia il dovere di rinegoziare con lo Stato Centrale i propri livelli di contribuzione e il proprio grado di autonomia impositiva. Al tempo stesso trovo, ormai, prive di valore le “Regioni Speciali” nelle quale sembra che tutto sia possibile e che, infatti, producono una significativa capacità attrattiva nei confronti dei comuni di confine. Io sono profondamente federalista e, in questo senso, credo che il Veneto stia perdendo, a causa di chi lo ha guidato in questi anni, molte buone occasioni. Non sono convinta che serva un referendum per ottenere più diritti, autonomia e risorse: penso sia un passaggio culturale e politico. Purtroppo il centrosinistra deve fare un po’ di mea culpa su questo tema: nonostante sia l’area politica che ha prodotto le uniche riforme in chiave federalista del nostro Stato, negli anni passati non ha avuto il coraggio di compiere l’ultimo e più importante passo. Mi auguro che in questa stagione di riforme si acceleri su Federalismo e Costi standard: molti dei problemi dei Veneti sarebbero già risolti senza rischiare di compromettere quel patto di solidarietà nazionale che regge il nostro Paese, ma al tempo stesso senza pagare per gli sprechi degli altri.

Leggi tutto...

Independensa xe speransa

 

“Son I just wrote this

I thought you might like to know

That I chose to vote Yes

‘Cause a Yes vote provided hope

Così comincia una delle canzoni più belle composte per il referendum scozzese del settembre 2014. Ma queste parole, per un giovane veneto lontano dalla propria terra come me, hanno acceso un faro.

Indipendenza, per me, significa opportunità e responsabilità. L’opportunità, quella di offrire alla nostra e alle prossime generazioni un futuro migliore; la responsabilità, quella di prenderci il nostro destino nelle nostre mani.

Ma la parola che meglio riassume indipendenza è speranza. La speranza di un cambiamento radicale. Quella di un futuro prospero, ma non solo. La speranza di un modo diverso di fare politica, di mettere al centro delle attenzioni i Veneti comuni, che nel silenzio, col loro duro lavoro rendono la nostra terra un posto migliore dove vivere; di rendere protagonisti quegli stessi lavoratori umiliati e isolati dalla politica italiana. La speranza è quella di una politica che riesca a promuovere al meglio le ambizioni e i talenti della nostra gente.

Sembra invece che la politica della paura, del terrore, domini in Veneto. Un tormento che porta solo indifferenza e apatia. Non ci rendiamo però conto che è esattamente così che ci vogliono: scoraggiati e impauriti. Ogni ordine costituito, per sostenersi, ha bisogno di rassegnazione.

Ti piace SANCA VENETA? Vuoi aiutarci? 

Una persona impaurita è una persona controllabile. Pensateci: dopo tutto quello che questa classe politica italiana ha fatto, ci hanno convinto che il nostro vero nemico sia nel nostro vicinato, alla fine della strada, mentre loro, al potere, continuano nei loro loschi e corrotti affari. 

Ovviamente dobbiamo essere indignati e furiosi. Ma quella rabbia, da sola, crea solo indifferenza e rassegnazione. Crea lo sport nazionale preferito dagli italiani: gridare al vuoto, senza nulla fare, quanto la politica ci disgusti. Credo che i Veneti siano un popolo troppo pragmatico per continuare a giocare questo sport. Per smettere, dobbiamo aggiungere a questa rabbia, giustamente sentita da tutti noi, un ingrediente fondamentale: la speranza

Sopratutto dopo i risultati deludenti dei movimenti indipendentisti alle elezioni regionali, dobbiamo invertire rotta, cambiare drasticamente il messaggio dell'indipendentismo veneto. 

La “generazione indipendenza” deve essere un'onda di positività e speranza. Questi sono i fondamenti del concetto di autogoverno: credere in noi stessi e nella nostra capacita di cambiare il futuro per il meglio; avere la fiducia in quello che possiamo costruire insieme, che è ciò che ci da identità e libertà. Dobbiamo essere sani portatori di un’idea positiva. Lo dobbiamo fare perché solo così possiamo coinvolgere e mostrare il meglio del Veneto.

Se l’indipendentismo vuole davvero essere una rivoluzione pacifica, allora deve combattere la politica della paura. Perché sarà pur vero che finché c’è italia non c’è speranza, ma è ancora più vero che finché ci saranno Veneti, fieri della propria terra e pieni di aspirazioni e talenti, speranza esisterà e avrà un solo nome: indipendenza.

Stefano Zambon

Leggi tutto...

Europa: Denasionalisasion in corso?

È il progetto europeo un processo di denazionalizzazione? E se si, che probabilità ha di compiersi?

Siamo orgogliosi di presentarvi la traduzione di un recente articolo pubblicato dal giornale online "The New Federalist" su questo argomento. Un piccolo contributo per ricordarci come il processo di indipendenza del Veneto non possa che dipendere anche dall'evoluzione del sistema europeo. Per chi fosse interessato all'articolo in lingua originale (francese e inglese), cliccate qui 

L'esistenza stessa della nazione è incompatibile con il progetto europeo. I federalisti più conservatori che negano questo fatto mostrano una commovente ingenuità. In questo senso, i nazionalisti radicali hanno ragione a farsi prendere dal panico relativamente alla fine delle nazioni che, come affermò Ernest Renan, il padre del nazionalismo francese, non sono eterne. I federalisti sbagliano a discordare dai nazionalisti radicali riguardo a questo tema perché così facendo tendono a rinforzare il carattere drammatico di questo fatto quando invece esso è positivo. Quindi dobbiamo assumere pienamente che il progetto europeo porta alla completa dissoluzione degli stati-nazione.

Il paradosso dell'Europa è che la sua più spettacolare invenzione, lo stato-nazione, è anche ciò che le impedisce di esistere come tale” – Françis Furet citato in Paul Sabourin, The Nation-State Versus Europe.

“Le nazioni non sono eterne. Nascono e muoiono. La confederazione europea, probabilmente, li sostituirà” – Ernest Renan in What is a Nation?

Ragione o nazione? Siamo al bivio.

L'Europa non sarà mai una nazione. Questo implicherebbe un nazionalismo europeo, il quale sarebbe deleterio per il progetto federalista. I padri fondatori non intendevano passare dai diversi nazionalismi presenti in Europa ad uno su scala continentale. Questa prospettiva sarebbe totalmente irrazionale e condurrebbe allo stesso atteggiamento xenofobo e liberticida che condanniamo oggi nei nostri rispettivi stati.

Perciò, sembra che l'Unione Europea dovrà trovare un altro fondamento politico più razionale del nazionalismo attraverso il quale trascendere la molteplicità delle appartenenze culturali. Solo il patriottismo costituzionale risponde a questo bisogno. L'obbiettivo è di basare la società politica europea su valori liberali quali il costituzionalismo, la democrazia, i diritti umani, tutti valori non di parte, universali e che mirano alla libertà individuale.

Ci accorgiamo immediatamente che questo fondamento politico non ha alcuna opportunità di farsi strada su scala continentale se non verrà prima applicato su base nazionale in ciascuno degli stati membri dell'unione europea.

L'abolizione del nazionalismo è indispensabile al prosperare del federalismo.

E' impossibile costruire un Europa fondata sulla razionalità se le entità che la compongono si fondano su ideologie irrazionali. La nazione è in effetti una costruzione ideologica con l'obbiettivo di stabilire una comunità il cui patrimonio storico e culturale deve giustificare lo stabilirsi di tale stato come un ombrello.

Un approccio di questo tipo è irrazionale per più di una ragione. In primo luogo, perché determinare il contenuto e i contorni precisi di un patrimonio storico è una pratica arbitraria. Ciò perché tutte le civilizzazioni hanno (sviluppato) vari gradi di interdipendenza storica e culturale tra loro. La seconda ragione è che questa visione tende a fare dello stato un fine in se quando esso non è in realtà altro che un volgare strumento al servizio delle libertà individuali e dove l'utilità di tale sistema non può essere che relativa. La terza ragione è che il nazionalismo è consustanziale alla xenofobia in quanto legittima la discriminazione civile e politica di fatto dell'identità culturale di un individuo. Elementi che presi assieme mostrano quanto il nazionalismo sia un insulto alla ragione.

L'abolizione del nazionalismo dissolverà gli stati europei.

Gli stati europei sono oggi totalmente basati sull'irrazionalità. E' quindi probabile che introdurre la razionalità nel dibattito politico (la stessa che giustifica il federalismo europeo) metterà in crisi l'autorità dei cosiddetti “vecchi stati”, conducendo inevitabilmente alla loro dissoluzione – poiché, verosimilmente, non avranno più alcuna vera ragione a giustificarne l'esistenza.

Ma torniamo un momento al patriottismo costituzionale. Si agisce bene nel fondare una società sui valori razionali quali la libertà, la democrazia, i diritti dell'uomo e tutto ciò che segue da questi principi. Ma il punto è che la persistenza delle “vecchie” nazioni mina l'effettività di questi principi. E' evidente che la frammentazione di questi stati in comunità politiche più piccole rinforzerebbe l'effettività dei valori democratici. Più è piccola una comunità politica, più è rispettosa della diversità delle realtà individuali e sociali e dunque dell'ideale democratico. La frammentazione degli stati europei riavvicinerebbe i territori alle istituzioni internazionali e rinforzerebbe le libertà dei loro cittadini. E' per questo che un fondamento politico razionale comporterebbe la morte degli stati che conosciamo oggi. Si pensi al pensiero di Rousseau quando parla della dimensione della democrazia: più essa è grande, minore è l'influenza dell'individuo nel decision-making, nonostante sia sancito dalla legge che tutti sono uguali.

Ciò rinforza il bisogno di applicare scrupolosamente la sussidiarietà, senza la quale la nostra democrazia continentale, ancora in formazione, non avrà alcun interesse nel proteggere le libertà individuali.

La dissoluzione degli stati europei è indispensabile alla prosperità del federalismo.

Per riassumere: l'Europa non può che sollecitare la ragione umana se vuole acquisire una propria legittimità. Questo processo è possibile solo se gli stati che compongono questa unione decidono di introdurre la razionalità dentro al proprio sistema politico, ma proprio l'introduzione di questi ideali nazionali porterà inevitabilmente allo smantellamento dall'interno di questi stati fondati sull'irrazionalità. Il progetto federalista passerà dunque necessariamente per la sparizione delle “vecchie” entità politiche che conosciamo oggi. Possiamo considerare già avviato questo processo quando constatiamo che la maggior parte dei partiti regionalisti, autonomisti e indipendentisti sono generalmente molto eurofili. La maggior parte di essi fa parte dell'Alleanza libera europea, una confederazione europea di partiti politici che siedono insieme ai Verdi al parlamento europeo e che nel proprio manifesto chiedono implicitamente un Europa federale sostenendo per esempio un accrescimento delle prerogative delle istituzioni transnazionali quali il parlamento rispetto a quelle degli organi inter-governamentali anche rispetto alle questioni costituzionali. Di fronte a questa prospettiva gli Euro-conservatori vanno nel panico e fanno generalizzazioni fallaci, come quella secondo la quale l'Europa non sarebbe in grado di gestire i regionalismi che hanno continuato a indebolire le nazioni negli ultimi due secoli – un'affermazione che si fa insignificante quando messa di fronte alla storia del vecchio continente. Gli stati-nazione non sono in alcun modo essenziali al futuro dell'unione europea e tanto meno sono elemento di fondazione della costruzione europea.

Al contrario, la loro sparizione è la condizione del suo successo, in particolare se consideriamo l'affermazione di Jean Monnet secondo la quale “Non stiamo formando coalizioni di stati, stiamo unendo uomini.”
"

Ferghane Azihari, 30/12/14

Traduzione di Giovanni Masarà

Leggi tutto...
Sottoscrivi questo feed RSS