O de Spagna...

Intuendo che l'articolo che segue sarà dedicato ad alcune osservazioni critiche riguardo al governo Zaia e alla sua ricandidatura alle prossime elezioni venete il lettore potrebbe temere un articolo piuttosto scontato. Noi però non vogliamo rassegnarci alla banalità e dunque, dando per scontate le ampie critiche che, da sinistra, potremmo fare alla giunta leghista, ci concentreremo esclusivamente sui temi relativi al diritto di voto e alla valorizzazione linguistica e culturale, per lungo tempo importanti capisaldi della retorica del carroccio.

Diritto di Voto e Indipendenza

Uno penserebbe che durante un mandato di 5 anni, in una regione governata con una maggioranza schiacciante da un partito che in quasi ogni sua uscita pubblica usa degli slogan che hanno a che fare, seppur confusamente, con autonomia o indipendenza qualche risultato possa essere raggiunto. Eppure il Veneto è ancora, ben lungi dall'aver conseguito l'indipendenza, una regione a statuto ordinario.

Qualcuno potrebbe farci notare che stiamo dimenticando il percorso che ha portato alla leggi referendarie riguardo ad autonomia e indipendenza. Noi vorremmo domandargli, come ha contribuito la Lega a questo?

È chiaro che per motivi di immagine non poteva che sostenere il progetto, ma esso è stato in verità promosso e portato avanti da Indipendenza Veneta e la Lega si è decisa a sostenerlo con poche energie, rispetto a quelle che avrebbe potuto mettere in campo, e con poca convinzione. Basti pensare alle dichiarazioni del segretario della liga veneta Flavio Tosi. Non ebbe nessuna remora, infatti, ad affermare in una intervista rilasciata al corriere del veneto: "L'indipendenza? Ci serve per mettere paura a quelli di Roma". La stessa legge per il referendum sull'autonomia è nata da un progetto del Nuovo Centro Destra.

Ma almeno su questo vorremmo dare atto alla Lega e a Zaia di essere stati coerenti. nel piano programmatico della lega nel "programma ridotto" del candidato Zaia, presentati ai cittadini nel 2010, si faceva in effetti menzione del tema dell'indipendenza o del diritto di voto referendario. In entrambi si erano limitati a proporre lo statuto speciale e il federalismo fiscale nell'ottica di un "Veneto autonomo in un Italia federale".

Lingua e cultura Venete

Anche riguardo a lingua e cultura si è andati poco più in la di qualche slogan.

Se nel 1995 durante la prima legislatura Galan si era riusciti ad elaborare la (seppur limitata) GVU e nel 2007 fu approvata la legge numero 8 della regione, di "Tutela, valorizzazione e promozione del patrimonio linguistico e culturale veneto.". Sembrerebbe che con l'arrivo dei leghisti in regione questo processo abbia quantomeno rallentato, quando avrebbe dovuto accelerare notevolmente.

Molto peggio se andiamo a discutere di altri campi della cultura. Per chi conosce il mondo della ricerca sulla cultura popolare in Veneto sa che è difficilissimo trovare sostegno in regione o anche solamente farsi sentire e la situazione dei musei storici ed etnografici è pietosa senza che la regione abbia mai provato a intervenire.

Fa sempre molta impressione notare come la regione Piemonte, peraltro sotto il governo del centrosinistra, sia riuscita a favorire una rinascita dell'interesse per la lingua e cultura locali che qui da noi non ha eguali. Per la verità non ci stupiamo neanche di questo, quando scopriamo che Daniele Stival, assessore regionale che dovrebbe esercitare la delega all'identità veneta (senza specifiche conoscenze sulla materia) ha posto la sua attenzione, durante il suo mandato, quasi esclusivamente all'attività venatoria.

Per concludere, seppur non amiamo la lega per altri molteplici motivi, ci stupisce in particolare avvederci del fatto che, un partito tanto forte e radicato, non abbia sfruttato la sua energia nella direzione tanto invocata e onnipresente negli slogan del reggiungimento di una (anche solo) maggiore autonomia e di una doverosa valorizzazione della lingua e della cultura veneta quando sia all'interno dello stato italiano che altrove in Europa abbiamo esempi eccellenti di realtà che sono riuscite ad ottenere molto di più in momenti estremamente meno favorevoli.

Giovanni Masarà

 

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Nova Identità Veneta

 

Credo che essere indipendentisti significhi porsi delle domande fondamentali su ciò che siamo e su cosa vogliamo.

Nella politica Veneta indipendentista aleggia un falso pragmatismo. Una certa propensione ad ignorare ogni singola questione che non sia strettamente politico/amministrativa. Chi sventola questa bandiera lo fa sostenendo che qualsiasi considerazione e rivendicazione culturale vada messa da parte o rimandata a un secondo tempo, perché esistono problemi più grossi da risolvere (cosa sicuramente vera).

Viene da chiedersi però, dati gli scarsi risultati di tutte le formazioni indipendentiste venete, se l’ignorare questi aspetti, non sia una parte integrante e significativa del problema.

All'opposto esiste anche un area del mondo indipendentista Veneto, che va nella direzione opposta e quasi bilancia questa prima tendenza. Sto parlando dell’indipendentismo dei “nostalgici”: coloro che, rifugiatisi in un mondo di rievocazione, isolato dalla vita politica e culturale, hanno dedicato le proprie energie ad un apatico piagnisteo sui tempi che furono.

L’indipendentismo non può essere solo politica nè solo cultura. Un fenomeno politico non può infatti avere successo se non produce una narrativa, un immaginario, un mondo simbolico al quale attingere soluzioni e attraverso il quale rappresentarsi e raccontarsi.

Credo che la mancanza di successo dei movimenti politici indipendentisti in Veneto dipenda, al di la delle divisioni interne e di guida, da una questione più grossa: quella dell’identità Veneta.

Lottare per una coscienza culturale e storica comune è, oltre che importante di per sé, fondamentale per il nostro movimento.

Essa non può però essere una battaglia di “reazione”. La battaglia per l’identità veneta è troppo importante per essere rilegata al solo mantra del “ritorniamo alle tradizioni originarie venete”. Sopratutto in un periodo come quello in cui viviamo, in cui le dinamiche culturali e politiche si giocano su una continua tensione tra locale e mondiale, fossilizzare un’identità non è solo impossibile, ma è problematico e pericoloso.

Certamente dobbiamo riappropriaci di parte della cultura Veneta. Di ciò che l’egemonia italiana ha censurato e alienato (storia e letteratura in testa). Non dobbiamo pero dimenticarci che l’identità è mutevole, si evolve con tempo, cambiamenti sociali e generazioni. In questo senso, spendersi per iniziative di rievocazione o difesa della tradizione soprattutto nel rivolgersi ai giovani rischia di provocare il prosastico buco nell'acqua, se non di aggravare l'allontanamento di quest'ultimi a cui gia assistiamo (anche se per certi aspetti non dobbiamo ignorare i fattori ciclici che stanno spingendo un rinnovato interesse per certi aspetti legati a lingua e e tradizioni)

Ti piace SANCA VENETA? Vuoi aiutarci? 

La strada da percorrere è piuttosto quella di imparare ad utilizzare l'enorme eredità culturale e storica consegnataci come patrimonio dal quale attingere elementi simbolici e di immaginario che ci aiutino, attraverso una rappresentazione e una narrazione condivisa, ad affrontare i problemi con i quali ci confrontiamo ogni giorno.

Ciò significa pensare e batterci per un’identità veneta nuova.

Un identità non solo più adatta ad essere vissuta ed interpretata da tutti ma anche più utile a costruire un percorso di rinnovamento che ci coinvolga come comunità. E spetta a noi, in quanto comunita, definirla su basi e concetti nuovi.

Riformare la cultura Veneta, in fondo, è l’unico strumento per arricchirla, diffonderla ma sopratutto difenderla.

Stefano Zambon & Giovanni Masarà 

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Schei o democrasìa?

Un comunicato di puro stampo antidemocratico quello dei gruppi studenteschi Udu e Rds Veneti. Ci si oppone infatti all'indizione di un referendum che vuole chiedere ai Veneti di decidere del proprio futuro. Ci si oppone ben coscienti che la maggioranza dei Veneti siano a favore di un nuovo stato più funzionale e capace di rispondere ai bisogni economici, politici e culturali, disattesi dalla tanto glorificata repubblica italiana da una sinistra dogmatica e fortemente centralista. Posizione, quest'ultima, che farebbe inorridire figure di riferimento come Antonio Gramsci che già nei primi anni dall'unità parlava di "accentramento bestiale"*.

Il comunicato subito tuona sulla presunta incostituzionalità del provvedimento. Dimenticando forse che il diritto in quanto tale, è soggetto a interpretazioni. Infatti, leggendo la costituzione, di cui i sottoscrittori di questo comunicato si fanno grandi difensori, all'articolo 10 recita che l'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. Norme del diritto internazionale che includono il diritto all'autodeterminazione del popoli così come sancito dalla Carta delle Nazioni Unite del 1945, dal “Patto Internazionale sui diritti civili e politici” del 1966 (recepita 11 anni dopo dalla repubblica italiana), dalla “Dichiarazione relativa alle relazioni amichevoli ed alla cooperazione fra stati” del 1970 e dall'Atto finale della conferenza OSCE di Helsinki del 1977. Ulteriori interpretazioni di importanti esperti di diritto, sostengono invece come l'autodeterminazione sia per propria natura superiore allo Stato e quindi pre-costituzionale.

Fa poi sorridere che il comunicato sostenga che l'autodeterminazione sarebbe una "scorciatoia" impercorribile e che bisognerebbe "valorizzare gli ampi spazi di autonomia già previsti dalla nostra carta costituzionale". Sul punto della scorciatoia rimandiamo a qualche volume sulla storia della tante nazioni europee nate nello scorso secolo, dalla Norvegia alla Lituania passando per Repubblica Ceca e Slovacchia. Sul secondo punto la realtà dei fatti smentisce quanto sostenuto: la repubblica italiana rimane infatti centrale e ostile al federalismo ostacolato da destra e sinistra in tutta la storia dell'italia unita. Un centralismo destinato a rinforzarsi data la prossima modifica del Titolo V della tanto amata (e immodificabile) costituzione.

Questi movimenti studenteschi si indignano poi del costo di questo referendum: 14 milioni. Un costo sicuramente rilevante, occorrono però due considerazioni. 1) Il costo del Referendum, come lo stesso comunicato, alla sua ennesima contraddizione, sostiene, sarà finanziatoda privati cittadini; 2) Il Referendum del 2011, con il suo brillante risultato, di cui tutti abbiamo gioito, riguardante energia nucleare, acqua pubblica e giustizia, costò 365 milioni di euro. Evidentemente, il “costo della democrazia” è sostenibile solo quando la causa è sostenuta da questi movimenti. La democrazia è insomma valida solo quando conviene, a loro. Come Sanca Veneta siamo per un abbattimento dei costi del Referendum attraverso il suo accorpamento alle regionali 2015.

Si arriva alle comiche nella chiosa finale. Si riflette infatti sui risultati della possibile indipendenza del Veneto. "Un Veneto indipendente rappresenterebbe a nostro avviso una condanna per la nostra regione, significherebbe una perdita di competitività, di potere contrattuale, sarebbe una pesante sconfitta". Dichiarazioni senza alcuna fonte che le sostenga, se solo si considera l'enorme residuo fiscale (circa 20 miliardi all'anno, 4000 euro pro-capite all'anno) che il Veneto ogni anno, al netto delle tasse pagate al governo centrale, vede svanire. Una dichiarazione senza alcun riscontro reale se si considera che l'economia Veneta si evolve in senso sempre maggiormente europeo, così come osservato nel rapporto annuale di Unioncamere "Veneto Internazionale" che sottolinea come il saldo commerciale Veneto sia in crescita nei confronti dei diversi paesi europei e in discesa nei confronti delle altre regioni.

Come Sanca Veneta sosteniamo la recente approvazione del referendum per l'indipendenza del Veneto come una scelta di democrazia e buon senso. Una scelta in linea con le altre realtà indipendentiste in Europa che il 18 settembre e il 9 novembre eserciteranno il loro democratico diritto di scegliere del proprio futuro. Inoltre, come movimento dichiaratamente collocato alla sinistra del panorama politico, condanniamo l'ottusità di parte della sinistra veneta unionista nel mostrarsi conservatrice e dogmatica riguardo la questione dell'indipendenza. Una sinistra che si è dimenticata di essere portatrice di diritti per tutti, arrendendosi, in comunicati come quello in discussione, a difensore dello status quo italico.

Una polemica di solo sfondo politico che nulla ha a che fare con il sistema educativo Veneto, che subisce non solo i tagli irragionevoli dei governi centrali bipartisan. Tagli dalle ovvie conseguenze, dalle mancanze di fondi che minano il diritto allo studio, alle condizioni degli immobili di scuole e università Venete, che arrivano direttamente dallo Stato centrale tanto amato da Udu e RdS. Oltre a queste battaglie, Sanca Veneta si è già attivata per una scuola più vicina in termini di programmi scolastici al nostro territorio, alla sua storia, cultura e lingua, come già fatto nella nostra richiesta di corsi di studio di lingua e cultura Veneta nelle università Venete ai diversi candidati al rettorato di Ca'Foscari. Crediamo che un Veneto indipendente possa tutelare in modo più efficace il diritto allo studio come già accade in territorio dove l'indipendentismo è maggioritario, basti pensare alle università gratuite in Scozia.  

L'ora è infatti giunta per la fine dei tanti preconcetti della sinistra veneta. I preconcetti di cultura locale e autodeterminazione come argomenti di sola destra leghista hanno già danneggiato abbastanza la sinistra veneta. Questo processo è già in corso, se consideriamo le posizioni favorevoli all'autodeterminazione dei Veneti già espresse da suoi esponenti marcatamente nel sopracitato schieramento politico (es. centri sociali del NordEst e Pietrangelo Pettenò). Ci auguriamo quindi che si superino questi schemi preconcetti, che non fanno onore al vostro essere studenti universitari.

 SANCA VENETA

Note.

* “Il Mezzogiorno e la guerra” pubblicato su “Il grido del Popolo”, nell’aprile del 1916

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