In nome di San Marco

Tra i numerosissimi leoni di San Marco che si possono trovare fra la Val Sabbia e la riviera di Salò, abbiamo voluto sceglierne uno che sapesse rappresentare l'aspetto più popolare del legame di questi territori con la repubblica. Quello che vedete nell'immagine di copertina proviene dal portale della chiesa di San Marco a Livemmo di Pertica Alta in Val Sabbia. (foto di Agostino Bellini)


La fine del governo veneto della Serenissima Repubblica fu decretata il 18 marzo 1797 a Brescia con l’occupazione del Broletto da parte dei giacobini bresciani, che istituirono un governo provvisorio al fine di organizzare una nuova Repubblica di stampo francese. Pochi giorni prima la stessa sorte era toccata a Bergamo e l’insurrezione delle popolazioni delle valli bergamasche era stata sedata nel sangue dall’esercito francese. I giacobini bresciani e bergamaschi facevano parte di quella cerchia di nobili e borghesi che non aveva certo scoperto i principi di libertà e democrazia propugnati dalla Rivoluzione, ma se ne serviva per riprendere quei privilegi e il predominio assoluto che la politica veneziana aveva attenuato nei confronti della loro classe sociale. Per contro il popolo si dimostrava fedele alla Repubblica di Venezia, che per alcuni secoli aveva governato con oculatezza i suoi domini in Terraferma, mantenendo per se le decisioni di governo più importanti concedendo il decentramento amministrativo e l’esonero dei dazi, al fine di favorire le esigenze locali.

Le popolazioni, che avevano goduto di tolleranza e libertà, non sentivano la necessità di cambiarle con una nuova “libertà” incerta e importata, che si presentava alla prova dei fatti con saccheggi, ruberie e spargimenti di sangue. I tentativi eversivi dei giacobini non fecero quindi presa sul popolo che insorse, aiutato però in misura insufficiente da Venezia, ottenendo dapprima alcuni successi, ma che ben presto venne costretto a cedere sotto il superiore spiegamento di forze di Napoleone. In seguito all’adesione entusiasta dei Valsabbini alla rivolta così scrive Antonio Turrini, sindaco di Valle Sabbia:

“Serenissimo Principe di Venezia. La Vallesabbia, che fino dal tempo della volontaria sua dedizione dimostrò sempre in ogni emergenza a V.Serenità quella fede, sudditanza ed attaccamento che ben la distinse fra gli altri corpi della bresciana provincia, arde vieppiù di presente, e brama anche nelle presenti emergenze dimostrare a V.Serenità quanto Vi è fedele, quanto attaccata. Le voci di essere fedeli a V.Serenità, di morir Vostri sudditi echeggiano generalmente in ogni bocca e fanno risuonar queste montane sì ma fedeli regioni, e siano di prova le unite parti. Nel dichiarare a nome pubblico e di tutti a V.Ser. quella fede che indelebile Vi giurano, e nell’assicurarvi che nelle presenti circostanze morranno, ma col Vostro Nome in bocca, non possono dispensarsi dall’implorare dalla Sovrana Vostra carità celere consiglio, ajuto e provvedimento.”.

I comuni delle Valli bresciane Trompia e Sabbia organizzarono un esercito che corse in aiuto degli insorti della Riviera di Salò, ottenendo dapprima alcuni successi ma soccombendo alla fine alle forze francesi, come era successo nei territori delle valli bergamasche. La repressione francese fu dura e crudele: incendi, distruzioni, profanazione di chiese colpirono i paesi di Barghe, Nozza, Vestone, Lavenone.

Per i capi della controrivoluzione valsabbina, tra cui il prete Andrea Filippi, Giambattista Materzanini, Stefano Lorandi e altri venne emessa una taglia, alcuni furono costretti a pagare un riscatto che li privò di ogni loro proprietà, per altri vi fu la fucilazione. I latitanti, tra cui Andrea Filippi, vennero condannati a morte o al bando perpetuo. Fuggiti in Tirolo, non avendo mezzi di sostentamento, formarono bande di briganti che, scendendo dalla Valvestino razziavano i paesi della valle. Truppe francesi e guardia nazionale, assoldati con il compito di contrastare il brigantaggio, aggravarono ulteriormente la situazione economica senza giungere ad alcun risultato. La denominazione di “briganti”, attribuita ai gruppi di ribelli da parte dello stesso Napoleone, cercava di screditare tutti coloro che avevano combattuto per difendere la propria identità e il proprio territorio sotto le insegne del leone di San Marco.

La mentalità centralistica del nuovo governo e dei governi che seguirono mortificò, con la cancellazione di importanti riferimenti identitari, (Statuti, Vicinie, Consiglio di Valle) le comunità che erano state, sotto San Marco, legate da un forte senso di appartenenza e le ridussero a realtà periferiche confinando in un ambito semplicemente locale le manifatture che ormai non potevano più commerciare liberamente.

Giovanni Baronchelli

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Nova Identità Veneta

 

Credo che essere indipendentisti significhi porsi delle domande fondamentali su ciò che siamo e su cosa vogliamo.

Nella politica Veneta indipendentista aleggia un falso pragmatismo. Una certa propensione ad ignorare ogni singola questione che non sia strettamente politico/amministrativa. Chi sventola questa bandiera lo fa sostenendo che qualsiasi considerazione e rivendicazione culturale vada messa da parte o rimandata a un secondo tempo, perché esistono problemi più grossi da risolvere (cosa sicuramente vera).

Viene da chiedersi però, dati gli scarsi risultati di tutte le formazioni indipendentiste venete, se l’ignorare questi aspetti, non sia una parte integrante e significativa del problema.

All'opposto esiste anche un area del mondo indipendentista Veneto, che va nella direzione opposta e quasi bilancia questa prima tendenza. Sto parlando dell’indipendentismo dei “nostalgici”: coloro che, rifugiatisi in un mondo di rievocazione, isolato dalla vita politica e culturale, hanno dedicato le proprie energie ad un apatico piagnisteo sui tempi che furono.

L’indipendentismo non può essere solo politica nè solo cultura. Un fenomeno politico non può infatti avere successo se non produce una narrativa, un immaginario, un mondo simbolico al quale attingere soluzioni e attraverso il quale rappresentarsi e raccontarsi.

Credo che la mancanza di successo dei movimenti politici indipendentisti in Veneto dipenda, al di la delle divisioni interne e di guida, da una questione più grossa: quella dell’identità Veneta.

Lottare per una coscienza culturale e storica comune è, oltre che importante di per sé, fondamentale per il nostro movimento.

Essa non può però essere una battaglia di “reazione”. La battaglia per l’identità veneta è troppo importante per essere rilegata al solo mantra del “ritorniamo alle tradizioni originarie venete”. Sopratutto in un periodo come quello in cui viviamo, in cui le dinamiche culturali e politiche si giocano su una continua tensione tra locale e mondiale, fossilizzare un’identità non è solo impossibile, ma è problematico e pericoloso.

Certamente dobbiamo riappropriaci di parte della cultura Veneta. Di ciò che l’egemonia italiana ha censurato e alienato (storia e letteratura in testa). Non dobbiamo pero dimenticarci che l’identità è mutevole, si evolve con tempo, cambiamenti sociali e generazioni. In questo senso, spendersi per iniziative di rievocazione o difesa della tradizione soprattutto nel rivolgersi ai giovani rischia di provocare il prosastico buco nell'acqua, se non di aggravare l'allontanamento di quest'ultimi a cui gia assistiamo (anche se per certi aspetti non dobbiamo ignorare i fattori ciclici che stanno spingendo un rinnovato interesse per certi aspetti legati a lingua e e tradizioni)

Ti piace SANCA VENETA? Vuoi aiutarci? 

La strada da percorrere è piuttosto quella di imparare ad utilizzare l'enorme eredità culturale e storica consegnataci come patrimonio dal quale attingere elementi simbolici e di immaginario che ci aiutino, attraverso una rappresentazione e una narrazione condivisa, ad affrontare i problemi con i quali ci confrontiamo ogni giorno.

Ciò significa pensare e batterci per un’identità veneta nuova.

Un identità non solo più adatta ad essere vissuta ed interpretata da tutti ma anche più utile a costruire un percorso di rinnovamento che ci coinvolga come comunità. E spetta a noi, in quanto comunita, definirla su basi e concetti nuovi.

Riformare la cultura Veneta, in fondo, è l’unico strumento per arricchirla, diffonderla ma sopratutto difenderla.

Stefano Zambon & Giovanni Masarà 

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