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Di cani e paesaggio.

In questi ultimi anni le problematiche conseguenti il ritorno dei lupi negli altipiani veneti sono state critiche. In più di qualche occasione infatti i lupi hanno aggredito mandrie e greggi, causando problemi alle attività di allevamento. Per questo motivo plaudiamo ai provvedimenti introdotti dalla Regione Veneto con i fondi del progetto Life Wolfalps (e ci trova estremamente contrari l'intenzione espressa da qualche politico di voler recedere dal progetto), tra cui l’acquisto di 13 maremmani-abruzzesi (con un totale di 38 esemplari censiti) per dare ausilio agli allevatori dell’Alpago, della Lessinia, di Col Visentin e delle Prealpi bellunesi nella difesa delle proprie greggi dai lupi
A partire da questa notizia vorremmo però aprire una riflessione in merito alla conoscenza del nostro territorio da parte di chi ci governa e sulle migliori modalità per la sua tutela e valorizzazione. Appena letta questa notizia ci è sorta infatti una domanda: come mai la Regione non ha approfittato dei fondi del progetto Life Wolfalps, mirati appunto a risolvere il disagio provocato da una mancanza di preparazione al ritorno del lupo in un suo ambiente storico, per scegliere come cani pastore da donare agli allevatori interessati esemplari delle razze autoctone a rischio di estinzione?
 
Sì, a molti purtroppo non è noto, ma esistono diverse razze di cane da pastore autoctone delle terre un tempo parte della repubblica serenissima; cani che, probabilmente discendenti dallo stesso ceppo originario (detto "pastore delle Alpi"), per secoli furono utilizzati nelle attività pastorali di conduzione e protezione delle greggi. Oltre al notissimo Pastore Bergamasco, più diffuso nell'area orobica (Lombardia Orientale), si conoscono almeno altri due cani: il Grisot/Griizot (la seconda è una cimbrizzazione del nome veneto, fenomeno tipico delle zone di contatto veneto - cimbro) della Lessinia e il Cane pastore del Lagorai, che nonostante le caratteristiche fisionomiche piuttosto differenti - il secondo più snello e slanciato e caratterizzato da pelo più corto, mentre il primo più massiccio e tozzo e caratterizzato da pelo più lungo - qualcuno vorrebbe classificare come appartenenti alla stessa razza.
Come già accennato queste antiche razze canine (in particolare la prima), non sono ancora riconosciute dalle associazioni cinofile italiane, si trovano in una situazione critica e rischiando l'estinzione, necessiterebbero tempestivamente di progetti di recupero, valorizzazione e salvaguardia.
 
E quale occasione migliore se non valorizzarli nella mansioni che per secoli svolgevano proprio in questi territori? La presenza del lupo, per esempio in Lessinia, era attestata fino alla prima metà del 1800 (Garbini 1898), con sporadiche presenze isolate registrate nel 1880 (Benetti 2003) tanto da essere legato a doppio filo alle tradizioni culturali della popolazione locale, come attestato da toponimi, favole, leggende, proverbi e modi di dire dedicati a questo animale. I cani pastore hanno sempre avuto il ruolo di conduttori e difensori del gregge o della mandria e sono il prodotto di un millenario lavoro di selezione operato dall'uomo per adattare al meglio l'animale all'ambiente nel quale vive e deve svolgere le sue funzioni: insomma, animali selezionati da gente di questi territori per questi territori. Saranno pure più adatti no?
 
Peraltro, la tutela di questi animali a fianco a quella delle galline grise o della pecora brogna in Lessinia o della vacca burlina in altre zone della nostra montagna, costituirebbe oltre che una forma di tutela della biodiversità anche una forma di tutela del paesaggio (che è fatto anche di chi ci vive e lo percorre). Di tutela di quella che l'associazione ambientalista inglese Common Ground chiamò distintività locale, "che ha a che fare con l'interazione tra la storia e la natura, strati e frammenti, vecchio e nuovo. Anche l'effimero e l'invisibile sono importanti: usi, dialetti, feste, ricette, storie orali, miti, leggende e simboli", di ciò che rende un luogo quel luogo e che in defintiva lo rende attraente e accogliente.
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San Petronio Catalano è Nostro!

 

In Veneto abbiamo fatto l'indipendenza!

Sulle aste sventolano solo gonfaloni dal Garda all'Adriatico. Nelle scuole si insegna in lingua Veneta. Il Doge è stato ripristinato come carica temporale di rappresentanza istituzionale. L'economia va bene e per tutti gli stati europei siamo una serena democrazia moderna.

Tuttavia, la regione di San Petronio Catalano ci da dei problemi. Parlano ancora per la maggior parte in italiano, insegnandolo pure ai nuovi venuti. Continuano a esporre la loro bandiera tricolore. Alcune tradizioni diverse dalle nostre durano a morire, anzi, rinvigoriscono.

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Referendum: vittoria dei veneti!

 

I risultati di oggi dimostrano che quella dell'autonomia sia una causa che accomuna la stragrande maggioranza dei veneti. Non gli elettori di un partito, ma dell'intera Comunità Veneta

Il successo di oggi è stato possibile solamente grazie a tanti elettori progressisti che, sebbene lontani dall'attuale governo regionale, hanno scelto di votare per l'autonomia ribellandosi ai diktat dei partiti di centro sinistra italiano.

Sanca, suo malgrado, è stata l'unica realtà progressista inequivocabilmente a favore del referendum e dell'Autogoverno. Tuttavia, il nostro lavoro comincia oggi. Nei prossimi mesi ci aspetta una missione fondamentale: rappresentare la voce di questi cittadini.

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Un SI per Belluno, verso un Veneto federale.

L'Autonomia, come abbiamo già evidenziato in un recente articolo sul mancato referendum veneziano, dovrebbe essere attuata a tutti i livelli; nella relazione del Veneto con lo stato italiano e l'Europa, ma anche tra il Veneto ed i territori che lo compongono. Quando si ragiona di Autogoverno nel nostro paese si tralascia spesso la questione della redistribuzione delle competenze agli enti locali, che altro non sono che Autonomie dentro l'Autonomia. 
 
Probabilmente è superfluo ricordare che il 22 ottobre avremmo l'occasione di poterci esprimere in un referendum sull'autonomia della nostra regione. Quello che invece è probabilmente sfuggito alla maggioranza dei Veneti, eccetto ovviamente i diretti interessati, è che nella stessa data i bellunesi saranno chiamati a rispondere a un secondo quesito. Esso recita: “Vuoi che la specificità della Provincia di Belluno venga ulteriormente rafforzata con il riconoscimento di funzioni aggiuntive e delle connesse risorse finanziarie e che ciò venga recepito anche nell’ambito delle intese Stato/Regione per una maggiore autonomia del Veneto ai sensi dell’art. 116 della Costituzione?”
 
Ma questo quesito è in opposizione al referendum sull'autonomia del Veneto, come qualche politico sembra aver fatto trasparire? Secondo noi la risposta è no. Noi crediamo infatti che questo referendum tracci in maniera sostanziale la direzione che il governo veneto dovrebbe percorrere nel riorganizzare il funzionamento della regione in virtù dei maggiori spazi di autonomia ottenuti. Pensiamo che il governo dovrebbe avere il coraggio di ridistribuire tutti quei poteri che possono essere esercitati con maggiore efficacia nei diversi territori del nostro paese, con particolare attenzione a quelle aree, come il Bellunese ed il Cadore, che hanno caratteristiche economiche e geografiche particolari.
 
D'altra parte, ancora una volta, varrebbe probabilmente la pena prendersi la briga di studiare la storia della nostra terra. La Repubblica Veneta, nel corso di tutta la sua storia, ha sempre seguito un modello di governo profondamente decentralizzato, lasciando ai territori la possibilità di mantenere le proprie istituzioni e le proprie leggi e garantendone l'autonomia. Qualcuno potrebbe obbiettare che una prospettiva di decentralizzazione non abbia senso in un contesto geografico così piccolo e che tutto sommato i nostri tempi non sono in alcun modo comparabili a quelli repubblicani. Crediamo che il successo del modello svizzero risponda da se.
 
Se il voto sull'autonomia del Veneto rappresenta uno strumento per costruire un Veneto nuovo, il voto sull'autonomia di Belluno rappresenta un primo passo programmatico per il Veneto del futuro. L'obbiettivo è quello di costruire un'amministrazione veneta nel segno del decentramento di poteri e attenta alle particolarità localispecialmente per quanto riguarda le montagne venete, che oggi più che mai hanno bisogno di un'amministrazione pubblica vicina.
 
Per questo motivo Sanca sostiene la battaglia dei cittadini bellunesi e il SI in entrambi i referendum del 22 ottobre! Ci auguriamo che questo possa essere un primo passo per riformare il modo in cui ci prendiamo cura della nostra terra e una via per renderla migliore!

 

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Venezia is not Mestre // and // Mestre is not Venezia

 

Andando dritti al sodo: non far celebrare il referendum per la separazione in due comuni distinti delle città di Venezia e Mestre, è un gravissimo errore democratico e politico.

Non entrerò nemmeno nel merito dei perché sia corretto pensare a una amministrazione separata per una città di terraferma e una città di laguna. Rimando volentieri ai dibattiti di ben più esperti colleghi che trattano il tema con dovizia. Ricordo solo, per controbattere a chi si ostina a usarle come causa di indivisibilità [che brutta parola :( ] che le diverse cose in comune di Venezia, Mestre e Marghera possono essere facilmente oggetto di politiche comuni, anche in regime di autonomia, ma è necessario che sulle specificità lagunari, intervengano rappresentanti lagunari e, viceversa, sulle specificità di terraferma, intervengano rappresentanti che vivono appieno quella realtà.

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Cara Sinistra Veneta

 

La verità è che questo referendum dovevamo proporlo noi.

Non sono parole nostre, ma di un [amico prima di tutto] dirigente veneto di un partito di sinistra.

Quando analizziamo il concetto di Autogoverno, ci soffermiamo sul fatto che le rivendicazioni localiste devono essere sostenute dai movimenti progressisti, sia nelle istanze identitarie, sia in quelle amministrative, poiché si tratta di richieste di tutela e di opportunità per le comunità di agire attivamente sulle politiche del proprio territorio: niente che richiami la destra, nemmeno a volerlo.

Cosa succede invece alla sinistra Veneta?

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Televisione veneta o morte italiana?

Il 23 Maggio Roberto Ciambetti ha incontrato le rappresentanze sindacali della Rai del Veneto. Il motivo è semplice: la nuova convenzione Stato-Rai approvata dal governo nello scorso marzo porta con se un tentativo di ridimensionare l'operatività delle sedi decentrate del servizio radiotelevisivo pubblico. Questo è solo l'ultimo atto di una politica che ha duramente colpito la sede rai di palazzo Labia. Gli organici sono andati assottigliandosi, non sono stati sostituiti coloro che sono andati in pensione ed il ramo veneto della Rai rischia progressivamente di essere privato di autonomia operativa oltre che finanziaria.
 
Crediamo comunque che, seppure un passo molto importante per dare voce alla realtà e alle identità locali, il terzo canale e le redazioni giornalistiche regionali fossero assolutamente insufficienti ad un servizio giornalistico dignitoso per la nostra terra. Soprattutto quando comparato con l'esperienza catalana TV3 e gallese S4C (che seguono due modelli piuttosto diversi) ci rendiamo conto dell'assoluta insufficienza dell'esperimento italiano.
 
Crediamo che i vertici politici veneti, invece che fermarsi ad una sterile indignazione per come la Rai tratta le strutture ed i dipendenti di palazzo Labia, dovrebbero riprendere quanto iniziato all'aprirsi degli anni 2000, quando la regione aveva mandato alcuni delegati in Catalogna a studiare la locale televisione pubblica al fine di costruire un modello simile in Veneto. Crediamo che, anche nell'ottica di salvare le risorse e l'esperienza maturata dai dipendenti di Palazzo Labia, sia arrivato il momento di riprendere in mano tale progetto e di cominciare a costruire, approfittando dei mattoni già posti, una televisione che segua il modello pubblico (anche in collaborazione con la Rai) o quello di un consorzio pubblico-privato in cui vengano valorizzate anche le competenze e le strutture già presenti nelle televisioni private venete.
 
Tale progetto sarebbe di centrale importanza anche per permettere ai cittadini di seguire e controllare la politica Veneta, contribuendo alla costruzione di un opinione pubblica, e nella promozione della cultura e della lingua veneta che troverebbe nella televisione uno strumento prezioso. Inoltre permetterebbe di valorizzare il settore creativo e della comunicazione, un settore in crescita anche in Veneto. Ogni anno dalle università e dalle accademie Venete escono giovani molto preparati in questi campi, che cercano uno spazio ove sviluppare le proprie potenzialità.Troppo spesso però sono costretti ad andare via per la mancanza di opportunità o per le proposte di lavoro poco stimolanti. Crediamo che uno strumento per far crescere il settore creativo e della comunicazione in Veneto sarebbe quello di costruire un network televisivo locale di qualità, che faccia informazione e produca contenuti.
 
 
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Sbiri, Zafi, Dragoni...

E' notizia di qualche giorno fa che il ministro della difesa Roberta Pinotti, avrebbe dato la disponibilità ad inviare più soldati a pattugliare le strade del Veneto. Sono certo che molti dei nostri governanti ed amministratori leghisti approfitteranno di questa opportunità, erede a tutti gli effetti dell'Operazione Strade Sicure varata nel 2008 dagli allora ministri della difesa e dell'interno Ignazio La Russa e Roberto Maroni. A me invece fa accapponare la pelle. Ogni volta che vedo i soldati pattugliare le strade non posso che pensare ad alcuni dei momenti più foschi della storia europea. Non posso che pensare ai paracadutisti dell'esercito britannico che il 30 gennaio 1972 spararono sulla folla uccidendo 14 giovani irlandesi durante una manifestazione per i diritti civili o ai friulani della cittadina di Villesse fucilati nel 1915 dall'Esercito Italiano con l'accusa di collusione con il nemico.

A ciò non possono che aggiungersi le valutazioni di Daniele Tissone del Sindacato Italiano Lavoratori Polizia che considera Strade Sicure "un'operazione di pura facciata, che nulla di strutturale lascia sul territorio e che conferma l'indirizzo della militarizzazione della sicurezza, mentre servirebbe un modello civile di presidio del territorio e di modello generale di sicurezza. Oramai è evidente che, dopo aver bloccato ogni tipo di gratificazione economica per i lavoratori di polizia, aver bloccato i concorsi e investimenti, con l'età degli operatori che avanza e con la paventata chiusura di centinaia di uffici di polizia sul territorio, si voglia cancellare il percorso democratico di smilitarizzazione della polizia voluto dalla legge 12/181".

Credo però, differentemente da Tissone, che in Veneto il modello civile di presidio del territorio e di modello generale di sicurezza non possa essere realizzato da parte delle strutture dello stato centraleIl desiderio di sicurezza espresso dai cittadini veneti è stato infatti abbandonato al sorgere sempre più preoccupante della "giustizia fai da te" ed alla strumentalizzazione ed ai proclami di qualche sindaco leghista. Lo stato, nonostante la cospicua pressione fiscale, non è mai riuscito a trovare le risorse per finanziare adeguatamente i propri corpi di polizia e li pochi fondi disponibili si diluiscono nelle strutture amministrative delle quattro forze maggiori. D'altro canto però lo stato non perde occasione di insabbiare i casi di violenza, abuso ed omicidio perpetrati da agenti nel pieno delle loro funzioni ed impedisce o rallenta l'adozione di quegli strumenti minimi, presenti nella maggioranza degli stati europei, come ad esempio i numeri di identificazione che permetterebbero un maggiore controllo dei cittadini sull'operato delle forze dell'ordine o l'introduzione del reato di tortura. Come in molti altri contesti lo stato italiano ha dimostrato di essere incapace di riformarsi e di rispondere ai bisogni dei cittadini.

Fortunatamente alcune realtà europee ci offrono uno strumento di successo per rispondere a queste richieste: quello di una polizia regionale indipendente. Nella sola Spagna esistono infatti l'Ertzainza (Euskadi) e Mossos d'Esquadra (Catalogna) che sostituiscono integralmente le forze di polizia dello stato spagnolo; esistono inoltre la Policia Foral de Navarra ed il Cos General de la Policia Canària che nelle rispettive comunità autonome integrano l'opera dei corpi di polizia spagnoli. Senza dilungarci eccessivamente potremmo citare anche le Landespolizei presenti nei diversi stati della Germania o la Police Scotland, nata nel 2013 come forza di polizia nazionale scozzese.  
 
Crediamo che il processo autonomico che si dovrebbe avviare nei prossimi mesi in Veneto offra l'opportunità di affrontare anche questo tema, attingendo all'esperienza di queste realtà pur consci delle criticità che hanno caratterizzato alcune di esse. Ci sembra che una prima indicazione che possiamo trarre da queste esperienze sia quella di lavorare con le risorse già presenti sul territorio. A partire dalle competenze che il governo del Veneto può già esercitare crediamo perciò che sarebbe importante riformare la polizia locale nel suo complesso accorpandone le varie componenti in un corpo unitario a carattere regionale ed inserire al suo interno il rilancio della Scuola regionale veneta per la sicurezza e la polizia locale. Accompagnando tale riforma ad una revisione delle uniformi del corpo si dovrebbe cogliere l'occasione per apporre il numero di identificazione sulle stesse ed equipaggiarle con una bodycam che permetta di controllare l'operato dell'agente. Tale riforma permetterebbe anche di snellire le funzioni amministrative degli agenti concentrandone il lavoro sul territorio. Riteniamo sarebbe importante che già in una prima fase il corpo nato dalle riforma assuma una denominazione ed un immagine che la ponga in continuità con i corpi che hanno storicamente svolto funzioni di polizia nei nostri territori (di cui potete leggere qui e qui) per gli stessi obbiettivi ed in modo non dissimile da quanto abbiamo suggerito per quanto riguarda l'apparato istituzionale veneto.
 
Seppure stanti le attuali competenze in capo alla regione tale corpo potrebbe esercitare solo funzioni di polizia amministrativa e giudiziaria, crediamo che avere un corpo di polizia ben formato ed equipaggiato e rispettato dai cittadini darebbe forza al governo del Veneto per trattare con lo stato centrale l'affiancamento o la sostituzione delle forze dello stato nelle funzioni di ordine pubblico e sicurezza attraverso il riconoscimento di una forma di autonomia speciale. Seppure potrebbero essere già sperimentati nella prima fase, questo passaggio richiederà l'introduzione di comitati di controllo dell'operato della polizia composti da cittadini; crediamo che essi potrebbero assumere una forma ed un funzionamento simile ai mini-public.

Giovanni Masarà
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Da Guernika a Venezia

Terminate ormai le festività per il 25 aprile, giorno di San Marco e della Liberazione dal nazifascismo, quest'anno non prive di fermenti e spunti che pongono i presupposti per l'inizio di un nuovo indipendentismo veneto, più ricco, forte e trasversale, vorremmo spendere del tempo per ricordare un altro anniversario, al quale non siamo riusciti a dare il giusto spazio, svoltosi ieri, il 26 aprile, che interessa noi tutti, indipendentisti e non. 
 
In Euskal Herria (Paesi Baschi) il 26 aprile 1937, ottant'anni fa, si compie un massacro.
 
Parliamo di un'azione di guerra la cui sistematica esecuzione, innovativa per il tempo, diverrà prassi nella storia immediatamente successiva (la Seconda Guerra Mondiale), fino ai giorni nostri, tanto da essere tutt'ora tristemente contemporanea: parliamo infatti del bombardamento di Gernika. E' il primo bombardamento su popolazione civile, il primo bombardamento terroristico.
Questo massacro è importante da ricordare non solo per la sua contemporaneità (pensiamo agli orrori di Aleppo), ma anche perché l'Italia fu direttamente coinvolta. L'Italia si sporcò le mani con la polvere degli edifici distrutti e il sangue dei civili ammazzati: l'incursione aerea fu infatti compiuta dalla "Legione Condor" tedesca e dall'"Aviazione Legionaria" italiana, entrambe in appoggio degli sforzi bellici nazionalisti franchisti. Uno dei tanti episodi che sfata il nazionalistico e assurdo adagio "italiani brava gente". Subito dopo il bombardamento e la reconquista i moros di Franco usarono la città come accampamento, obbligando la popolazione civile a ripulire la città in segno di umiliazione, negando e smentendo ogni tipo di responsabilità del governo. 
 
Nello stesso anno, Pablo Picasso realizzò "Guernica", una delle sue opere più importanti e celebri: nata con l’intento di rappresentare, alla sua maniera, la guerra civile spagnola, allora in pieno svolgimento. 
Col tempo l’imponente quadro è diventato un simbolo universale contro la brutalità della guerra e un manifesto dell'opposizione alla violenza.
Quest'anno la festa nazionale del popolo basco, l'Aberri Eguna (il giorno della patria) è stata festeggiata proprio a Gernika, in ricordo dell'anniversario di questo terribile evento e Sanca, invitata da Gazte Abertzaleak, ha partecipato con una delegazione alle celebrazioni.
 
Il sottoscritto ha partecipato ai festeggiamenti a Gernika, e ci tiene a porre una veloce riflessione in parallelo alla nostra festa di San Marco, patrono dei veneti, specialmente riguardo a chi ha criticato la presenza dei ragazzi e delle ragazze dei centri sociali del nordest. A tutti quegli indipendentisti che si sono sentiti osteggiati o addirittura minacciati nel vedere facce nuove in piazza tengo a sottolineare la pluralità e varietà dei gruppi baschi che partecipavano all'Aberri Eguna, dai più moderati ai più progressisti, e tra questi non mancavano ovviamente i collettivi anti-fascisti.
 
Questa varietà di idee si incanalava pacificamente nel comune obbiettivo di autogoverno e autodeterminazione dei popoli. Varietà che si vedeva, per altro, dalle stesse bandiere portate in alla festa: dalla Ikurriña più classica (quella disegnata da Sabino Arana) a bandiere in sostegno dei rifugiati (ongi etorri errefuxiatuak, "benvenuti rifugiati"); dalle varie bandiere del regno Navarra (dallo Scudo all'Arano beltza) alle semplici bandiere dell'evento stesso.
 
Ed è proprio a partire dal ricordo di quel terribile bombardamento che Sanca vuole ricordare come l'opposizione a qualsiasi forma di nazionalismo e di fascismo sia l'unica strada possibile verso l'autodeterminazione dei popoli e la libertà.
 
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