"Orgoglio italiano"

 

Mettendo in parte in pausa anche i miei impegni politici con Sanca, a partire da settembre mi sono trasferito in Nepal insieme alla mia morosa con l’obiettivo di fare ricerca insieme ad una comunità di lingua e cultura tibetana fra quelle che vivono nella regione del Mustang. Durante l’anno abbiamo anche avuto l’opportunità di vivere e studiare insieme ad alcuni rifugiati Tibetani a Kathmandu; abbiamo avuto modo di ascoltarli parlare delle loro vicende e della loro condizione, di cui credo che scriverò qualcosa per questo blog. Oggi però vorrei parlarvi di una serie di fatti che abbiamo vissuto nell’ultimo periodo che hanno strettamente a che fare con l’Europa, l’Italia e le mie idee relative al futuro del Veneto.

 

Un’odissea

Come conseguenza del peggioramento dell’epidemia di Coronavirus, attorno ad un mese fa l’Università ci consiglia di provare a rimpatriare. In origine, visto anche il relativo isolamento di una vallata Himalayana, prendiamo tempo e cerchiamo di vedere come evolve la situazione; quando poi però il governo nepalese annuncia da un giorno all’altro che fermerà tutti i trasporti pubblici, prendiamo l’ultimo autobus di linea e dalla montagna scendiamo a Kathmandu, anticipando di sei mesi il nostro rientro previsto. Nel fare ciò seguiamo le indicazioni dell’ambasciata tedesca, che abbiamo contattato in assenza di una rappresentanza diplomatica italiana nel paese raggiungibile per telefono e visto che l’unità di crisi della Farnesina non risponde al telefono. Questi ci consigliano di recarci a Kathmandu quanto prima e cercare di partire. Nonostante in quei giorni si diffonda la notizia che il governo abbia chiuso anche l’aeroporto internazionale, gli addetti dell’ambasciata tedesca ci informano che i voli in partenza gestiti da Qatar Airways sono ancora attivi e pertanto ci consigliano di recarci all’ufficio centrale della compagnia e di prenotare un biglietto. Nel frattempo però ci indicano anche di iscriverci alle loro liste di rimpatrio; essendo cittadini europei, dicono, abbiamo diritto allo stesso trattamento dei cittadini tedeschi qualora i voli di linea fossero sospesi. Arrivati nella capitale ci rechiamo subito all’ufficio della compagnia aerea. I biglietti vengono venduti ad un costo tra le tre e le quattro volte più alto rispetto a quello usuale su questa tratta, ma vista la situazione di emergenza quasi tutti gli occidentali presenti in città sono accorsi come noi agli sportelli. Noi prenotiamo un volo che dovrebbe partire dopo tre giorni. Sfortunatamente, la notte stessa, il Governo del Nepal decide di imporre uno shutdown totale del paese e, per questo motivo, dal giorno successivo l’aeroporto chiude interamente e tutti i voli previsti per i giorni seguenti vengono cancellati (peraltro senza fornire alcuna comunicazione).

A questo punto prendiamo contatti con il Consolato Italiano a Calcutta Calcutta (che è competente anche per il Nepal), oltre a continuare a tenere contatti con l’ambasciata tedesca, la quale ci conferma che stanno organizzando voli di rimpatrio previsti a giorni. Ci viene anche comunicato che ai rimpatriati verrà offerto un biglietto ferroviario gratuito per la loro destinazione finale all’interno della Germania e che non verrà richiesto di pagare anticipatamente il volo. Si firmerà invece un’impegnativa al momento dell’imbarco e poi si salderà con lo stato in un secondo momento. Molto prontamente veniamo chiamati per imbarcarci sul volo per Francoforte del 26 marzo, ma una volta raggiunto il punto di ritrovo per la partenza veniamo rimandati indietro con la motivazione di non essere cittadini tedeschi. Chiedendo ulteriori chiarimenti via mail riguardo a quanto successo ci viene risposto, con toni piuttosto duri, che: “The flight today and also the flight tomorrow are paid by the German Government. Passengers only pay a symbolic fee. Therefore the German Embassy decides who get on these planes. We never instructed EU citizens to register in our German Webpage rueckholprogramm.de, this is a German page for German citizens (therefore also only available in German language)”. Piuttosto confusi, richiamiamo il numero verde dell’ambasciata e l'impiegata non sa bene cosa risponderci, specialmente quando le facciamo notare l’incongruenza con le informazioni che ci aveva dato precedentemente. Scriviamo anche al Console italiano, il quale ci spiega che: “La scelta sui non cittadini tedeschi da imbarcare sui voli tedeschi spetta ai tedeschi (che dovrebbero seguire le linee guida [EU] sul coefficiente di vulnerabilità dei passeggeri)”. Queste linee guida stabiliscono che venga stilata una lista di accordo fra le diverse rappresentanze diplomatiche europee in modo tale che venga data la priorità nel rimpatrio ai cittadini europei, appunto, più vulnerabili.

Il principio che pare emergere è dunque quello che le regole dell’Unione Europea esistono un po’ per bellezza, essendo aperte al giudizio del tutto discrezionale delle singole rappresentanze, e che il criterio prevalente è invece quello che ognuno fa per sé e poi si vedrà con chi resta fuori. Come in molte altre dinamiche interne dell’Unione, è evidente come prevalga un senso di nazionalismo del tutto estraneo allo spirito e alle regole europee.

Un po’ frustrati, ci mettiamo in attesa di un volo organizzato dal consolato italiano e nel frattempo veniamo in contatto con gli altri cittadini italiani (circa una sessantina) in Nepal, attraverso un gruppo Whatsapp creato ad hoc. Il Console ci comunica che stanno “lavorando ad un volo di rimpatrio Kathmandu-Roma operato da Alitalia (…) previsto per l’1 o il 2 aprile”. Ci viene anche detto che dovremo pagare anticipatamente il biglietto e che qualora qualcuno di noi non abbia la possibilità di farlo sul momento, il consolato si premurerà di contattare le nostre famiglie in Italia per domandare il loro supporto.

Nel frattempo parte un secondo volo organizzato dai tedeschi e uno dai francesi, che si appoggiano entrambi sui vettori di Qatar Airways.

Avvicinandosi la data della partenza e non ricevendo alcuna comunicazione, contattiamo il Console, il quale ci risponde che non c’è “ancora nessuna data né destinazione certa” ma che è possibile che il volo partirà entro il cinque di aprile. Arriva anche questa data e non riceviamo alcuna conferma; ricontattata la rappresentanza italiana, questa ci fa sapere che partiremo molto probabilmente entro la fine della settimana successiva. Riceviamo infine la notizia ufficiosa che si sta lavorando all’organizzazione di un volo per il dieci di aprile ma, contattato il Consolato per ricevere conferma, ci viene riferito che “per ora è solo un’ipotesi allo studio” quindi da considerare come un "nulla di confermato”. Criticato da un altro cittadino italiano per le modalità di gestione della crisi, il Console fa sapere che “non c'è stato sabato, domenica, giorno e notte per cui noi non abbiamo lavorato per voi. Io non ho il potere di alzare il telefono e far arrivare un volo dall'Italia, sono in attesa di conferma da parte di Alitalia”.

Dalle comunicazioni che riceviamo dal consolato emerge, inoltre, un’altra problematica. Diventa chiaro infatti, dopo l'ultima come, dopo l'ultima ordinanza dei ministeri dei trasporti e della salute, tornare al proprio domicilio una volta raggiunta Roma sarà una faccenda tutt’altro che facile: a chi rientra dall’estero (da qualsiasi paese indipendentemente dal rischio epidemia) non è consentito prendere mezzi pubblici; sarà però possibile prendere un taxi, noleggiare un auto o farsi venire a prendere da qualcuno che per i successivi 14 giorni abiterà nella stessa casa dove i rientranti passeranno la quarantena. Tutto ciò senza viaggiare in più di due persone per macchina. Chi non fosse in grado di raggiungere casa o trovare autonomamente un posto dove passare la quarantena, lo dovrà fare in un luogo stabilito dalla protezione civile e a proprie spese – sull’entità delle quali non è dato avere informazioni. Anche qualora il volo su Roma dovesse non essere confermato, sostituito invece da un volo “dedicato al gruppo dei cittadini italiani” che “potrebbe essere operato in collaborazione con altri partner UE e avere come destinazione una capitale europea diversa da Roma”, i costi di rientro sul nostro domicilio sarebbero a nostro carico (con costi che sembrano aggirarsi intorno ai 400€ a biglietto). Provando a prepararci anche a questa eventualità, nelle nostre comunicazioni successive con il consolato cerchiamo di ottenere qualche altro chiarimento: su quali aeroporti sarà possibile volare in Italia? “Su quelli che avranno connessioni attive quel giorno dall’aeroporto europeo dove avverrà l’atterraggio” ...te m’è dito tuto, grassie.

Quanto risulta evidente è che l’approccio delle istituzioni italiane è il seguente: noi vi riportiamo in Europa, poi sono affari vostri.

 

Qualche domanda

Queste vicessitudini ci hanno fatto sorgere più di qualche domanda, che ovviamente non ci siamo risparmiati di porgere al consolato.

  • Ad oggi i tedeschi sono riusciti ad organizzare quattro voli di rimpatrio, portando in Europa anche cittadini israeliani, i francesi due voli, su cui sono stati imbarcati anche i cittadini spagnoli tramite la mediazione del loro consolato, ai quali si aggiungono voli organizzati da altri paesi Europei. Perché noi siamo ancora qui in attesa senza avere alcuna informazione confermata e senza che il consolato italiano abbia fatto imbarcare nessun cittadino - neanche i soggetti più a rischio - in un volo organizzato da altre rappresentanze europee?
  • Ci è stato riferito da alcune persone che sono riuscite ad imbarcarsi sul volo francese di stamattina che molti degli spagnoli presenti con loro sull’aereo erano sotto i 30 e decisamente in buona salute. Che fine ha fatto il principio di dare la priorità alle persone più vulnerabili, quando siamo al corrente della presenza di alcune persone anziane e che viaggiano da sole a cui non è mai stato offerto un posto?
  • Come è possibile che alcune delle persone più vulnerabili nel gruppo dei cittadini italiani siano ancora bloccate in Nepal e che quelle che sono riuscite a tornare a casa, sentendosi abbandonate dalle istituzioni, lo abbiano potuto fare soltanto grazie alla propria iniziativa personale e alla sensibilità dell’Ambasciatore francese che gli ha permesso di imbarcarsi sul volo per Parigi?
  • Perché ai viaggiatori francesi e tedeschi è stata offerta la possibilità di pagare il volo di rientro in un secondo momento, firmando un’impegnativa all’imbarco, mentre a noi viene chiesto di anticipare il costo del biglietto? Questo sarebbe tanto più grave qualora la compagnia ad operare il volo di rimpatrio fosse Alitalia, un’azienda che è stata ripetutamente salvata con i soldi dei contribuenti e che ora pare che lo stato italiano voglia rendere pubblica.
  • Pare adeguato, inoltre, suggerire di contattare le famiglie di chi non sarà in grado di provvedere al costo del biglietto in una circostanza in cui anche molte di queste si trovano in difficoltà economiche e di lavoro e non è detto che possano permettersi di incorrere in spese ulteriori?
  • Volare con Alitalia è davvero l’unica opzione per far rientrare i cittadini italiani bloccati in Nepal? Considerato che la compagnia non vola normalmente su questa tratta, organizzare un rimpatrio facendo affidamento su una compagnia che opera regolarmente in Nepal, cosa che stanno facendo più o meno tutti gli altri paesi, non risulterebbe più semplice, veloce ed economico?
  • Perché ai cittadini tedeschi è stato offerto un biglietto ferroviario gratuito da Francoforte alla propria destinazione finale mentre a noi, non solo viene vietato di utilizzare i trasporti pubblici, ma non si propongono soluzioni alternative indicando invece di arrangiarsi privatamente, senza offrire alcun sostegno concreto? Ciò è tanto più grave visto che la maggior parte dei cittadini italiani in Nepal abitano in luoghi anche molto lontani da Roma e farsi venire a prendere dai propri cari non è una possibilità che tutti hanno. In questa condizione non avere la possibilità di recarsi altrove una volta arrivati a Fiumicino e doversi dunque sottoporre alla quarantena organizzata dalla protezione civile a proprie spese, non avendo nemmeno informazioni sui costi, non è un trattamento degno di uno stato europeo.
  • Seppure la situazione in Nepal paia ancora relativamente sicura, si è passati negli ultimi giorni da 5 a 9 casi di Coronavirus accertati e alcuni esperti sanitari concordano nel dire che potrebbero essere molti di più visto che il paese ha le risorse per eseguire pochissimi test. Non sarebbe il caso di farci rimpatriare prima che la situazione qui diventi troppo pesante affinché ciò sia possibile?

 

Cosa ricavarne?

Ho voluto mettervi al corrente della nostra situazione per due motivi. Da una parte non vi nascondo che mi auguro che rendere pubbliche queste vicissitudini possa aiutare a smuovere qualcosa. Dall’altra, nel constatare la totale inadeguatezza delle istituzioni italiane nel gestire l’emergenza, il cattivo coordinamento tra le rappresentanze UE in Nepal e il fondamentale disinteresse della rappresentanza diplomatica tedesca nei nostri confronti, vorrei approfittarne per fare qualche considerazione politica.

Fondamento di tutti questo problemi è un sistema basato su rapporti ‘diplomatici’ tra le ambasciate invece che un vero coordinamento europeo.

Mi chiedo, non sarebbe arrivato il momento per l’Unione Europea di dotarsi di rappresentanze diplomatiche unitarie? Se ciò fosse stato fatto, i cittadini italiani in Nepal – e specialmente quelli più vulnerabili - sarebbero già potuti tornare a casa, avremmo probabilmente ricevuto un trattamento della stessa qualità rispetto a quello riservato ai cittadini tedeschi o francesi e non avremmo dovuto affrontare l’incertezza causata dal doversi interfacciare con istituzioni che interpretano le direttive europee in modo del tutto arbitrario.

Probabilmente non sarebbe possibile fare ciò senza prima costruire una seria politica estera e militare comune. Ma non sarebbe forse il caso di fare anche questo? È proprio per l’assenza di tali politiche unitarie che non si è stati in grado di far valere una posizione forte ed unita durante la crisi siriana, quella ucraina o quella libica. Personalmente mi pare che, fino ad oggi, l’Europa si sia impegnata troppo ad occuparsi di faccende interne che sarebbe meglio fossero lasciate alle singole regioni, creando spesso risentimento fra i cittadini, invece che occuparsi di quei temi che dovrebbero essere fra le competenze più importanti di una federazione.

Mi permetto dunque di avanzare una proposta. Lavoriamo come Veneti affinché, quando avremo ottenuto il nostro posto tra gli stati che compongono l’Unione Europea, non sia necessario aprire ambasciate e consolati in giro per il mondo ma sia possibile affidarsi a un sistema efficiente e preparato di rappresentanze UE in grado di offrire assistenza di qualità a tutti i cittadini europei. Rimarrà senz’altro la necessità di promuovere contatti commerciali e culturali tra il Veneto e gli altri paesi, ma questo ruolo potrà sicuramente essere interpretato da uffici all’estero, come quello della Regione Veneto a Bruxelles o quelli aperti della Generalitat de Catalunya in numerosi paesi esteri, senza doversi fare carico di tutto il peso ed il costo che una rappresentanza diplomatica comporta.

 

Autore

Giovanni Masarà

 

Link

1. "Ordinanza dei Ministeri dei Trasporti e della Salute"

2. "Ufficio regione Veneto a Bruxelles"

3. "Uffici esteri della Generalitat de Catalunya"

Ultima modifica ilLunedì, 13 Aprile 2020 16:57

Bio

Laureato in Filosofia presso l’università degli studi di Padova, studia Antropologia culturale ed Etnolinguistica a Ca’Foscari.

In passato Attivista in alcuni collettivi veronesi ha molto a cuore il rispetto dell’ambiente e del paesaggio e non sopporta le prevaricazioni.

Nel tempo rubato allo studio, balla danze popolari. Tra le altre si interessa particolarmente a quelle della tradizione Veneta.

Passioni

Viaggi, Lingue, Culture e danze popolari, la Montagna.

Luoghi

Vive tra Venezia e Verona, dove è cresciuto, in passato ha vissuto qualche anno a Padova.