TAKE BACK YOUR WORDS, TAKE BACK YOUR LANDS

Questa terra e la sua storia non significano niente per il governo e per le industrie. Tutto quello che stanno facendo è semplicemente ucciderci e ciò che rimarrà dopo di noi saranno soltanto soldi. Qui è da dove veniamo, è la nostra casa. Noi non possediamo questo posto, è questo posto a possedere noi! Ma ora si vogliono prendere tutto, fino all'ultimo pezzo di Australia"

Albert Wiggan                        

 

Non tutti conoscono la triste realtà che quotidianamente vivono le comunità aborigene australiane. Dietro le cartoline, i negozi di boomerang e didgeridoo variopinti, che fanno da perfetta cornice esotica al mercato turistico del continente rosso, si nascondono secoli di orrori e repressioni che tutt'ora si ripercuotono sulla vita dei “veri australiani”.

Pochi giorni fa mi sono imbattuto in una notizia tanto curiosa quanto estremamente significativa.
Il 25 Maggio 2012 a Wollongong, nella foresta di una cittadina non molto lontana da Sydney, è stata ufficialmente fondata la Sovereign Union, ovvero il Governo Unito delle Nazioni e dei Popoli Australiani Originari.

L'intento di questa organizzazione, che in realtà ha mosso i primi passi nel 1999, è quello di riunire le forze di tutte le comunità aborigene per affermare il loro diritto di autodeterminarsi e reclamare la sovranità sulle terre colonizzate dalla corona inglese.
Nonostante la scarsa attenzione prestata dai media locali e internazionali, l'operatività della Sovereign Union è diventata talmente seria, che nell'ultimo anno ben quattro nazioni sul suolo australiano hanno dichiarato la propria indipendenza, elaborato una nuova costituzione, attivato diversi ministeri e iniziato a prendere i primi contatti con l'ONU.

Euahlayi Peoples Republic, Mbarbram Republic, Murrawarri Republic e Wiradjuri Central West Republic potrebbero essere i primi di una lunga serie stati, che pur non essendo ancora riconosciuti ufficialmente, rivoluzionerebbero l'assetto geopolitico e culturale australiano.

Bandiera ufficiale della Sovereign Union

 

In realtà non è il primo episodio di questo tipo. Già a partire dalla fine degli anni Settanta, dopo le rivolte e le conquiste dei primi diritti da parte del popolo aborigeno, si respirava nell'aria l'intenzione delle comunità originarie di riconquistare la loro sovranità. Dopo l'indipendenza dei territori della Papua dal Commonwealth britannico, infatti, anche i clan delle isole dello Stretto di Torres insorsero avviando nel 1982 una battaglia legale che, dieci anni più tardi, si risolse con il riconoscimento agli isolani nativi di un'ampia forma di autogoverno su quel territorio.

A trent'anni da quei primi movimenti, e con la consolidazione dei diritti universali dell'uomo, le comunità dell'intero continente stanno dando vita ad un'alleanza che riaccende una questione sempre più sentita e urgente, regalandoci un grande esempio di cooperazione e ribellione non violenta.

Una lotta la loro che poggia su due solidi pilastri: resistenza alla colonizzazione perseverata dall'industrializzazione delle ultime aree rimaste incontaminate e riscoperta delle proprie origini.
Per comprendere a pieno il meccanismo che ha portato all'innesco di questo importante processo, occorre però fare un breve excursus storico.

Questo continente, dai remoti deserti rossi alle coste più fertili, ha saputo donare ricchezza e prosperità alla sua gente per oltre 50000. Nel corso della storia, sul suolo australiano, si sono sviluppate e consolidate più di 500 nazioni, 250 lingue e un numero indefinito di dialetti, clan e subculture. Tuttavia, nonostante le numerose diversità, è da sempre esista per queste persone una condivisione culturale e una connessione spirituale, tra loro e la terra che li ospita, così forte che essi stessi si identificano come un unico popolo aborigeno. L'utilizzo di una lingua dei segni universale, diffusa in tutto il continente, come strumento di comunicazione tra i diversi gruppi linguistici, ne è un lampante esempio.

Purtroppo questa società, che grazie alle sue particolari organizzazioni politiche e sociali è stata tra le più longeve che il mondo abbia mai conosciuto, oggi è quasi completamente estinta. Quasi.

map australia

Mappa delle nazioni originarie. Clicca per ingrandire

 

A partire dal 1770, sfruttando il principio della “Terra Nullius” (terra di nessuno) e quindi non riconoscendo i popoli nativi come occupanti di quel suolo, l'impero britannico si appropriò illegittimamente dell'intero continente. Da allora gli aborigeni hanno ormai vissuto più di due secoli di orrori, massacri, malattie, espropriazioni e deportazioni.

Se durante il corso dell'Ottocento le popolazioni indigene furono decimate fisicamente (dal milione di individui prima della colonizzazione, diventarono 60 mila agli inizi del Novecento), nell'ultimo secolo di storia la repressione si è trasformata in persecuzioni e sradicamenti culturali.
Basti pensare a quel terribile capitolo della storia che prende il nome di “stolen generation” (la generazione rubata), che ha visto il governo australiano come il mandante del rapimento di massa di migliaia di bambini aborigeni. Questi, una volta allontanati dalle loro famiglie e dalle loro radici, venivano costretti forzatamente ad un'educazione occidentale e cristiana, dimenticando per sempre il rapporto ancestrale con la loro terra.

Una repressione, quella dei colonizzatori, che si estinse formalmente solo nel corso degli anni '70, col riconoscimento agli aborigeni degli stessi diritti dei bianchi. Un'uguaglianza che però rimane tutt'ora più sulla carta che nella realtà. Infatti mentre l'Australia si trova al 2° posto per indice di sviluppo umano, quello della collettività aborigena presa separatamente piomba al 122 posto nel mondo.
Contando circa mezzo milione di persone (meno del 3% della popolazione australiana), oggi i nativi costituiscono una minoranza ancora oggetto di razzismo, violenze e ingiustizie.

A causa di quella fallimentare politica, volta non tanto all'integrare quanto all'omologare sradicando un'identità culturale tramandata nel corso dei millenni quasi esclusivamente oralmente, queste popolazioni vivono una forte situazione di disagio sociale.
Il disorientamento identitario tra un prospero passato ormai dimenticato e un frenetico presente occidentalizzato, sommato alla mancanza d'istruzione, alla disoccupazione e quindi alla povertà dilagante, sta avendo esiti devastanti che spaziano dall'alcolismo, all'uso di droghe pesanti (come l'inalazione di benzina e colle, soprattutto nei giovani) per arrivare fino a un tasso impressionante di depressione e suicidi.
Dati alla mano la speranza di vita degli aborigeni è mediamente inferiore di 17-20 anni rispetto agli australiani non autoctoni.

L'unica salvezza per questa gente è ristabilire il contatto originario con la terra e con la loro cultura prima che si estingua completamente.
Ne è una prova il fatto che gli individui cresciuti nelle riserve, e che vivono secondo lo stile aborigeno tradizionale, riscontrano una prospettiva di longevità media di 10 anni superiore rispetto a coloro che crescono nei centri d'integrazione nelle città.

Già, esistono anche delle riserve. Tuttavia, nonostante l'abolizione nel '92 del principio razzista del “Terra Nullius”, il governo australiano continua a fare di tutto per ostacolare le rivendicazioni territoriali degli aborigeni, a maggior ragione laddove vi siano interessi economici nelle ricchezze del terreno.

Svariati sono gli esempi di come i potenti e gli uomini d'affari abbiano più volte industrializzato zone incontaminate per costruirvi cave, miniere e pozzi di estrazione, distruggendo per sempre delicatissimi ecosistemi e profanando, oggi come allora, quel sacro legame che unisce gli aborigeni alla Madre Terra.
Sfregi che ormai stanno diventando intollerabili anche per gli stessi cittadini australiani, i quali hanno iniziato a combattere fianco a fianco con gli autoctoni, per difendere quel fragile e inestimabile patrimonio naturale che ora è nelle loro mani, come è recentemente accaduto nel Kimberley.

 

 

Queste persone hanno sopportato per duecento anni un'ingiusta e violenta repressione. Da un punto di vista giuridico le loro rivendicazioni sono più che fondate dal momento che l'Inghilterra non si appropriò mai ufficialmente, con un'acquisizione formale o una dichiarazione di guerra, delle terre australiane. Quindi è semplice capire che finché in loro rimarrà anche solo un briciolo di conoscenza su chi sono e da dove provengono, si batteranno con tutte le loro forze per rivendicare quella libertà di cui la storia li ha privati.

Nessuno al mondo dovrebbe assistere a queste lotte con indifferenza, ma schierarsi dalla parte dei popoli oppressi. Dovremmo capire che la ragione che spinge queste genti a ribellarsi, e lo stesso vale per la maggior parte dei movimenti indipendentisti sparsi per il mondo, non è né una questione egoistica né la voglia di tracciare nuovi confini all'interno di un sistema sempre più globalizzato.
Il vero motivo che muove tutto ciò è da ricercare nella libertà negata di poter essere artefici del proprio destino, di poter far sentire la propria voce nel mondo e di poter difendere la ricchezza culturale che costituisce la propria identità. 

 

 

"Take back your feet, take back your hands. 

Take back your words, take back your lands.

 Take back your heart, take back your pride.

Don't got to run, don't got to hide.

Revolution already underway!"

 

 Andrea Cordioli

 

Per approfondire:

-Sovereign Union:sito ufficiale, politiche future e principi

-Murrawarri Republic, tratto da "l'Indipendenza"

-Statistiche sulle condizioni di vita degli aborigeni

sito ufficiale dell'organizzazione "Save the Kimberley"

Ultima modifica ilGiovedì, 13 Aprile 2017 21:14

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